#memoriemondiali: Era bello essere italiani…

Italia82Quando ero bambino, il campionato italiano di calcio era unanimemente considerato “il più bello del mondo”. Non tanto per il gioco, che da sempre qui è piuttosto maschio e spigoloso, con ben poco spazio per la fantasia; quanto per il livello tecnico e per il bagaglio di campioni. Si, perché sembra strano, ma un tempo tutti i più grandi calciatori dell’epoca giocavano in Italia: Maradona, Platini, Rumenigge, Elkijaer, Gullit, Van Basten, Rijkaard, Matthaeus, ecc. Giravano soldi all’epoca in Italia, i grandi giocatori venivano qui attratti dal livello del nostro calcio e dalle paghe che altrove potevano solo permettersi di sognare, ma c’era altresì un giusto equilibrio dal momento che ogni squadra poteva schierare al massimo due (poi divennero tre) giocatori stranieri e per forza di cose tutti gli altri erano italiani. E la conseguenza è che gli stadi italiani erano pieni, alla faccia della violenza di cui già si parlava allora…

Era bello il calcio italiano. La Juve vinceva e rubava già allora, però tutto era ancora coperto da un’aurea “mistica”. Si, perché nessun illecito sportivo venne mai dimostrato in occasione del gol annullato a Turone della Roma nel 1981. E nessun illecito sportivo venne mai dimostrato in occasione del gol annullato a Ciccio Graziani a Cagliari-Fiorentina e, contemporaneamente, del rigore dubbio concesso a Liam Brady a Catanzaro-Juventus dell’anno successivo. Erano semplicemente errori arbitrali. “Sudditanza psicologica” si sarebbe detto qualche anno più tardi. Certo, c’era stato lo scandalo del “totonero”, una sorta di “calcioscommesse”, che avrebbe portato all’arresto in diretta nazionale di molti grandi campioni dell’epoca. Paolo Rossi, Giordano, Albertosi, Manfredonia, ecc. Era il 1980. Ma chi avrebbe mai pensato nel 1980 ad un sistema criminale così diffuso, quasi come se fosse “prassi obbligata”? Per il Coni di allora erano “poche mele marce”, e così fu…

Arrivò poi il 1982, anno dei mondiali in Spagna, e gli italiani ricominciarono a sognare calcio. Si perché i mondiali che si disputano in Europa, forse per un fatto di vicinanza, hanno una presa molto maggiore sull’italiano rispetto a quelli che si giocano dall’altra parte del mondo. E la stessa Nazionale sembra risentirne in maniera positiva. Anche quando, come nel 1982, partì male passando per il rotto della cuffia in un girone con Polonia, Perù e Camerun. Mica squadroni. Gli squadroni li avrebbero trovati nella seconda fase, anche quella a gironi: Gruppo C, Italia, Argentina e Brasile. Mica caramelle. Eppure anche questo era il bello dell’essere italiani, il fatto che quando il gioco si faceva duro, i duri iniziavano subito a giocare. Chi di forza, come Claudio Gentile, chi di velocità come Bruno Conti, chi di furbizia come Pablito Rossi. Ma giocavano, eccome se giocavano. Dando lezione all’Argentina, al Brasile, alla Polonia e per ultima alla Germania Ovest (eh si, c’era ancora il comunismo, la Germania odierna era divisa in Est ed Ovest).

Era bello essere italiani nel 1982, perché c’era la voglia della gente di lasciarsi alle spalle tutto il peso degli anni di piombo e delle loro rivendicazioni. C’era la voglia di tornare a vivere, a divertirsi, a riassaporare la vita. E la vittoria di quel mondiale fu esattamente questo, un immenso urlo liberatorio di un popolo che voleva rialzare la testa. Certo, l’Italia era pur sempre un paese con dei problemi, come si può pensare che un paese di 50 milioni di abitanti (all’epoca) non abbia problemi? Il terrorismo colpiva ancora ed un’intera generazione aveva cominciato a farsi le pere di eroina. Però c’era lavoro, c’erano soldi che giravano, era tutto un po’ diverso. Diciamo che si poteva guardare al futuro con un certo interesse…

Negli stadi cominciavano ad apparire questi “club” di tifosi che proprio club non erano, questi “ultrà” come si chiamavano all’epoca (con la “a” finale accentata) nell’immaginario collettivo. Oddio, erano già comparsi da qualche anno, ma ancora non erano un fenomeno di massa. Cominciarono a diventarlo, proprio con la vittoria del mondiale in Spagna. Cominciarono a diventarlo quando molti gruppi ultras italiani portarono il loro striscione a Madrid per la “notte magica” contro la Germania. E si era in un’epoca in cui non c’era molto calcio in televisione, perché (pensate un po’) si pensava che la diretta delle partite avrebbe tolto gente agli spalti. Il calcio andava seguito allo stadio, nel modo di pensare dell’epoca. E di conseguenza uno che era interessato al calcio aveva due alternative: o ascoltava “Tutto il calcio minuto per minuto” alla radio (ma non era la stessa cosa) o andava a vedersi le partite.

Quando andavi a passeggiare in centro la domenica, che fossi in una città o in un paesetto di provincia, le piazze e le strade erano piene. Come anche i bar. E tutti i maschi, o perlomeno una larga percentuale, avevano la radiolina incollata alle orecchie. Proprio nella stessa identica maniera in cui qualche anno dopo avrebbero avuto i telefonini incollati alle orecchie, e nella stessa identica maniera in cui oggi hanno lo smartphone in mano e nelle orecchie le cuffie dell’I-pod. Si ascoltavano le partite per radio, e le mogli sopportavano, o sbuffavano, o se la raccontavano fra di loro rassegnate… Verso le 18.30 si poteva vedere la carrellata di gol giornalieri su “90° minuto”, dove si vedevano le pochissime immagini disponibili dell’epoca, e tutti gli stadi pieni e colorati. E la sera, poco prima del telegiornale, trasmettevano la replica in versione ridotta (venti minuti al massimo) di una partita di serie A. Questo era tutto il calcio che c’era in televisione, Sky non era nemmeno nei programmi. Il sogno per un bambino di sei anni, che vedeva tutti questi maschi adulti indaffarati ad ascoltare il calcio per radio, era di andarsi a vedere una partita allo stadio. E quando finivi allo stadio, automaticamente, finivi per l’essere attratto visivamente da quel settore da cui partiva il tifo, sotto forma di cori ritmati. La curva. Il settore degli ultrà, appunto.

La bellezza delle curve era proprio il loro colore: tutti quei fumogeni che venivano accesi all’entrata delle squadre in campo, tutti quei coriandoli che venivano lanciati dagli spalti. Tutte quelle bandiere enormi che venivano sventolate. Col tempo avrei anche capito che i fumogeni se li respiravi ti facevano tossire, che per fare quei coriandoli c’era gente che passava le sue serate dal lunedì al venerdì a ridurre a brandelli la carta del giornale, e che quelle enormi bandiere pesavano. Ma tutto aveva un che di “magico”, non solo per me che ero bambino, ma anche per molte persone molto più grandi e vaccinate che in quegli anni vivevano la curva. Ecco, una delle più false credenze di molti al giorno d’oggi, è quella di pensare che in quegli anni gli stadi fossero pieni perché “non c’era violenza”: quanto siete creduloni, quanto si vede che non conoscete nulla degli stadi! Di violenza invece ce n’era molta, e molta più di oggi: c’erano scazzottate, c’erano accoltellamenti, e c’erano incidenti che degeneravano e prendevano le dimensioni di vere e proprie guerriglie urbane. In stadi che, per la maggior parte, erano quasi tutti collocati nei centri cittadini, con conseguenze immaginabili…

Diciamo che era tutto più semplice: per comprare un biglietto non dovevi mostrare la carta d’identità, per andare ad una partita non dovevi prenderti giorni di ferie o ore di permesso. Si giocava la domenica, lo sapevi e ti regolavi. Non dovevi passare il biglietto sul codice a barre di un tornello come se dovessi entrare in carcere. I fumogeni erano considerati “folclore”, non violenza. E la violenza si combatteva “facendosi i cazzi propri”: vedevi del casino? Giravi a largo, te ne andavi, non ti facevi coinvolgere se non volevi essere coinvolto. Vabbè, detta così sembra un po’ troppo semplicistica. Eppure funzionava bene, molto meglio di quanto funzionano le leggi che hanno fatto poi…

E giravano soldi. Si, perché l’interesse attorno al calcio, generava introito. E gli introiti davano la possibilità di acquistare i campioni stranieri. Ma mica stranieri di secondo piano: gente come Platini, Maradona, ecc cominciava ad arrivare in quegli anni la. E la loro presenza, faceva si che si moltiplicasse l’interesse attorno al calcio italiano, generando quindi altri introiti. Un circolo vizioso se vogliamo. “Schei fa schei” si dice in Veneto. Tanto che con gli “Schei” cominciarono ad arrivare anche i “benefattori”, ovvero quelli che di soldi ne hanno tanti e li vogliono dividere con gli altri per fare del bene. Era il 1986 quando Berlusconi comprò il Milan, e salvò letteralmente una squadra sull’orlo del fallimento, che nei cinque anni precedenti era stata due volte in serie B, portandola nel giro di tre anni a diventare il club più forte del mondo. Aveva soldi, li divideva con gli altri, faceva del bene… Gullit e Van Basten, chi aveva mai visto due mostri del genere? E poi arrivò anche Rijkaard, un genio del centrocampo, uno che ti faceva girare la squadra come e quando voleva…

In tutto questo l’Italia si apprestava ad organizzare i mondiali del 1990. La consacrazione definitiva. Una competizione che non poteva sfuggirci, che avrebbe fatto fare il salto di qualità definitivo al nostro calcio ed al nostro paese. Il mondiale della mia generazione, di quelli che nel 1982 erano troppo piccoli per godere e nel 2006 troppo vecchi e disillusi. Soprattutto, un grande business, “Schei fa schei”. Stadi ridotti a cantieri, per poi ritrovarli dopo i mondiali sensibilmente peggiorati rispetto a quando li avevamo lasciati. Entusiamo popolare alle stelle, paesi e città intere addobbate di tricolore. Infrastrutture costruite ed abbandonate, o mai ultimate. Molte divennero rifugio di immigrati, che proprio in quei primi anni ’90 iniziarono ad arrivare in massa. E da qualche parte bisogna pur metterli no? Siamo italiani, non dovevamo dimenticarci di quando eravamo noi ad emigrare, e soprattutto dovevamo essere accoglienti e non chiusi…

Quello stronzo di Maradona e quell’altro infame di Caniggia ci scipparono di un mondiale che avremmo meritato di vincere. Come si permettevano? Italia ’90 doveva essere nostro, della nazione calcisticamente più potente dell’epoca! E così tutti si ritrovarono a tifare Germania (unita, il comunismo era caduto l’anno prima) in finale. Ma soprattutto, negli anni immediatamente successivi prima Diego e poi Claudio il Biondo vennero trovati positivi alla cocaina. Eh si, come avrebbero potuto altrimenti vincere il mondiale, se non da drogati? Poco importa che la cocaina non migliori le prestazioni sportive e soprattutto che non ti dia i piedi buoni se sei uno scarpone…

Ma non importa, l’Italia era ancora una grande nazione, in tutti i sensi. Sfornavamo campioni, tanto da poterci permettere di escludere dalla Nazionale Vialli e Mancini (che avrebbero fatto grande la Sampdoria), Baggio era il nuovo Pelè, e le squadre italiane dominavano la scena delle coppe europee. I soldi giravano ancora, anche se cominciavano le prime piccole “crisi”, anche se la politica rivelava tutto il suo malaffare con l’esplosione di Tangentopoli nel 1992. E non erano pochi quegli italiani che ripensavano a quando, negli anni ’70, ci si sparava per strada per le idee politiche, e si chiedevano se ne era valsa la pena. A salvarci ci avrebbe pensato Berlusconi, ancora lui, che dopo aver fatto del bene con il Milan, decise di farlo per il Paese entrando in politica nel 1994. I tempi erano cambiati, non aveva più senso parlare di ideologie, quanto piuttosto quello di guardare al futuro con ottimismo. E tutto il mondo della politica si adeguò a queste nuove regole.

Era ancora bello essere italiani negli anni ’90. Anche a livello calcistico. Perché poteva succedere che un Parma qualsiasi arrivasse in serie A e ci rimanesse per vent’anni, vincendo coppe europee e sfiorando ripetutamente lo scudetto. Perché Roberto Baggio negli Stati Uniti faceva magie, trascinando l’Italia in finale per poi sbagliare il rigore decisivo, ma chi non sbaglia mai? Perché gli stadi erano ancora pieni, ma si cominciava a parlare sempre di più di questi “ultrasse” (non sto scherzando, molti dicevano proprio così…) che predicavano la violenza. Che portavano striscioni pesantemente offensivi, e quando non lo erano esplicitamente, lo diventavano nella simbologia e nei contenuti. Che senso aveva parlare ancora di “Brigate”, di “Fossa”, di “Commando”? E tutti quei fumogeni che rompevano solo i coglioni a chi voleva vedersi l’entrata in campo delle squadre in santa pace? E quel rullare continuo di tamburi? Bisognava metterci un freno… E così nel 1995 in seguito alla morte di Spagnolo, si cominciò a parlare seriamente di vietare tutto ciò, ma era solo un pour parler. Forse bisognava solo mettere delle regole. Dare più poteri alla polizia, che era composta interamente da brave persone che facevano il proprio dovere, senza se e senza ma. E così venne fatto.

Era ancora bello essere italiani negli anni ’90. Anche se i soldi cominciavano a girare meno nelle tasche della gente. Anche se molti cominciavano a non fare più un mese di vacanza, ma quindici giorni, che poi divennero sette. Anche se le nostre strade diventavano giorno dopo giorno meno sicure. Anche se il posto fisso a livello lavorativo non era più garantito. E qual’è il problema? Si cambia lavoro, anche ogni sei mesi, in fin dei conti in America ed in altri paesi tutto questo c’era già da un bel po’, si chiamava “lavoro interinale”… Bisognava essere moderni! In fin dei conti, tutti potevano ancora comprarsi una casa, tutti potevano comprarsi una macchina, tutti potevano vestirsi bene ed andare a cena fuori. E se il tuo mondo ti stava stretto, potevi metterti a lavorare in proprio, aprivi partita Iva, un piccolo investimento, e lavoravi per conto tuo, ti gestivi tu il tuo tempo e guadagnavi molto di più, qual’è il problema? Non avevi soldi per metterti in proprio? Li chiedevi alla banca, e se non te li dava la banca c’erano comunque le finanziarie… Certo, tasso d’interesse più alto, mica si può pretendere di avere tutto gratis, e comunque ben presto si sarebbero adeguate anche le banche… Non avevi soldi per comprarti la macchina? Facevi un finanziamento, la compravi a rate, pagavi un po’ per volta… Devi pur sacrificarti un minimo, caspita!

Anche nella seconda metà degli anni ’90 era ancora bello essere italiani, calcisticamente parlando. Anzi, era meglio, perché l’arrivo delle televisioni a pagamento faceva si che il calcio potesse essere visto anche in tv. Vuoi mettere una bella partita di sera, con le luci artificiali? Che figata, fa molto Coppa Europea, senza contare che nelle tasche delle società sarebbero arrivati più soldi. E poi l’atmosfera, il fatto di poter finalmente vedere i nomi dei nostri campioni scritti sulla schiena e non dover più per forza collezionare le figurine per imparare a distinguerli, la numerazione che non andava più dall’1 all’11 ma poteva arrivare fino al 99, tutto personalizzato, tutto molto americano… Ma quanto bello era? Si poteva solo andare in meglio… Certo, il calcio aveva dei problemi, chi non ne ha? Il primo problema da eliminare era quello della violenza, indubbiamente… Non era tollerabile che dei giovinastri facessero a pugni per un pallone, e non era tollerabile soprattutto che disturbassero la visione della partita a tutti gli appassionati. Quei fumogeni, quei tamburi… avevano fatto il loro tempo, era ora di pensare a qualcosa di diverso! E poi le tifoserie erano cambiate, le curve erano cambiate, se prima ci poteva stare la scazzottata ora si rischiava seriamente di beccarsi una coltellata come il povero Vincenzo Spagnolo. Forse quei giovinastri avrebbero dovuto fare più sesso, come ipotizzava qualcuno. O forse andavano solo messi in riga. In fin dei conti molti erano giovanissimi, crescendo sarebbero maturati, avrebbero lasciato perdere il gruppo e la curva ed avrebbero seguito il calcio in televisione come tutte le persone mature e responsabili. Ma non si era detto che il calcio andava seguito allo stadio? Come eravamo preistorici negli anni ’80…

Nel frattempo ci si apprestava ad entrare nel nuovo millennio. Una nuova parola cominciava a prendere piede: globalizzazione. Anche a livello calcistico, anzi il calcio aveva anticipato i tempi facendo cadere qualsiasi vincolo sugli stranieri. Ognuno poteva schierare quanti stranieri volesse in campo, con l’unico “paletto” dell’essere facenti parte della comunità europea. E si poteva aggirare questo paletto, naturalizzando come “comunitari” molti che di nascita non lo erano. Si potevano falsificare documenti e passaporti. Siamo in Italia, fa parte un po’ del nostro modo di essere. Ma non dovevamo vergognarcene, non è colpa nostra se gli altri sono meno furbi di noi… Intanto c’era sempre il problema della violenza, ed era ora di combatterlo seriamente: via i treni speciali per le trasferte, basta con questi carichi di animali da una città all’altra. E nuove leggi, più dure, perché a uno che pratica violenza allo stadio bisogna far passare la voglia. In Inghilterra l’hanno fatto, dobbiamo farlo anche qui. E bisognava anche punirne quei comportamenti non per forza violenti, ma che potressero far presupporre un coinvolgimento della persona interessata in atti di violenza. Prendiamo ad esempio i fumogeni: uno che accende un fumogeno non è un criminale, ma non è nemmeno un santo, perché in quel momento sta arrecando disturbo a qualcun altro. Le regole sono fatte per essere rispettate. I fumogeni andavano vietati, e chi non rispettava le regole, tre anni di diffida. Vedi che gli passa la voglia. E idem quando succedono risse o zuffe fra gruppi di tifoserie rivali, che in quegli anni cominciavano ad andare in trasferta in pullman ed a trasformare gli autogrill in “zone franche”: perché perdere tempo facendo indagini ed intasando la giustizia, che già in Italia è lenta di suo? Due gruppi si scontrano? Daspo a tutti i presenti, via così subito! In fin dei conti gran parte dell’opinione pubblica li metterebbe alla sedia elettrica, ma noi vogliamo essere garantisti: uno intanto si fa il Daspo, poi affronterà il processo, se è innocente bene, se è colpevole ha già comunque pagato! E se uno si trova li per caso e viene preso nel mucchio? Cazzi suoi, la prossima volta se ne sta a casa, a maggior ragione adesso che il calcio si può guardare tranquillamente in televisione! Così facendo eliminiamo un po’ di gente dagli stadi e ci togliamo il peso di un po’ di problemi, poi si vedrà, giusto?

E così era ancora bello essere italiani. Anche se l’Italia veniva eliminata dalla Corea del Sud ai mondiali del 2002. In fin dei conti eravamo un paese che per molti aspetti stava attraversando una fase di stanca, ma che avrebbe saputo riprendersi. E dimostrare al mondo che noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sia a livello calcistico, che politico o economico. Anche se nel 2004 ce ne usciamo al primo turno degli Europei in Portogallo: l’Europeo non conta come il Mondiale, siamo italiani, siamo fatti così, diamo il meglio nelle situazioni difficili. Non dimentichiamoci che quattro anni prima avevamo perso la finale con la Francia per pura sfiga dopo aver vinto la semifinale con l’Olanda per puro culo. Però adesso ci rispettavano di più, francesi ed olandesi ci avevano reso onore, forse perché avevano capito (molti di loro) che in Italia ci dovevano pur giocare e non valeva la pena fare la fine di Maradona e Caniggia per il gusto di fare gli spavaldi…

Nel 2006 era ancora bello essere italiani, nonostante fosse scoppiato lo scandalo di “Moggiopoli”, come venne ribattezzato in onore del suo principale interprete: Luciano Moggi. Era ancora bello perché dopo pochi mesi l’Italia vinse il mondiale confermando il livello di eccellenza assoluta del nostro calcio e della nostra nazione. E per strada c’era un popolo, molto diverso da quello del 1982, che non aveva voglia di tornare a vivere, che non si sentiva liberato: casomai, aveva solo voglia di ubriacarsi… Ma non importa, eravamo un grande paese. Con dei pezzi di merda al suo interno, chi non ne ha? La Juve si sapeva che rubava, non c’era bisogno di scoprirlo, e Moggi si sapeva che era un mafioso. Il Milan ha speso tanto negli anni ed ha vinto meritatamente e l’Inter, beh, l’Inter è sempre stata onesta, altrimenti perché non avrebbe mai vinto un cazzo? Certo, c’erano i pezzi di merda come Cragnotti e Tanzi che fallivano con i soldi degli italiani, ma c’era anche tanta gente onesta e pulita che poteva permettersi di far la morale. C’era Berlusconi che forse non era la persona più pulita del mondo come si credeva una quindicina d’anni prima, ma chi è pulito in un mondo come la politica, d’altra parte? E se non si voleva votare Berlusconi, si poteva votare il centrosinistra, un’area politica composta da persone decisamente più intelligenti, acculturate ed illuminate… Negli stadi c’erano quei pezzi di merda degli ultras, che però avevano firmato la loro condanna a morte nel 2007, quando a fare le spese della loro violenza fu un ispettore di polizia, Filippo Raciti. Da adesso non avrebbero più avuto vita facile, il calcio sarebbe tornato in mano alle famiglie. Via i violenti, e tutta la simbologia che si portavano appresso. Ok, va bene, nel 2008 l’Italia è entrata in crisi anche a livello economico, ma del resto tutto il mondo è in crisi, no? Noi ne saremmo sicuramente usciti nel 2009… 2010… 2011…. 2012…

Oggi tutto questo è finito. Morto. Defunto. Nel momento in cui scrivo, l’Italia per la seconda volta consecutiva è uscita al primo turno del mondiale. Una volta può essere un caso, due volte è un problema. E sempre nel momento in cui scrivo è morto Ciro Esposito, tifoso del Napoli ferito prima della finale di Coppa Italia da un colpo di pistola sparato (pare) da un romanista. E quando si arriva a spararsi fra tifoserie, vuol dire che si è al punto di non ritorno. Oggi la maggior parte degli italiani non arriva a fine mese, ha perso fiducia nel proprio paese, in chi la rappresenta, e molti se ne stanno andando via. Alcuni ci sono già andati, altri se ne andranno. E’ la fine di una grande nazione, di un grande popolo. Bisogna ricostruire? Certo, bisogna anche sapere come… e credo che quello lo scopriranno i nostri figli ed i nostri nipoti, noi semplicemente non lo sappiamo fare. Essere italiani non è più bello. Passo e chiudo.

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