10 giugno 1995: lo spareggio di Firenze

genoapadovaspar9495La stagione 1994/95 fu un po’ uno spartiacque nella mia vita da stadio. Fu il primo anno di serie A del Padova, una serie A tanto attesa e bramata a lungo. Nei primi anni ’90 si diceva sempre che il Padova “non poteva andare in serie A fino a quando non sarebbe stato pronto il nuovo stadio”. Nuovo stadio che si presentò in dirittura d’arrivo nell’estate 1994, ma già se ne parlava dall’anno precedente: nel 1993 l’allora vicepresidente Sergio Giordani fece ben capire che “i tempi erano maturi” per pensare al grande salto. Il 1993/94 doveva essere l’anno buono, poco da fare. E la serie A arrivò, seppur al termine di una stagione travagliata…

L’ultimo anno all’Appiani infatti rivelò tutti i limiti del vecchio impianto di via Carducci, soprattutto in termini di ordine pubblico, dal momento che ogni domenica succedevano piccoli e grandi tafferugli. Il culmine si raggiunse con Padova-Vicenza (clicca qui), col risultato che per la prima volta il Padova si ritrovò il proprio stadio “squalificato” e fu costretto a disputare una gara (quella con la Lucchese, successiva al derby) in campo neutro a Reggio Emilia. “Epurazione!” fu l’ordine che partì dall’alto, e tutto cambiò. Per la prima volta a Padova vennero utilizzate le immagini televisive come prova: decine di provvedimenti di diffida e tre arresti con i ragazzi che si fecero una ventina di giorni al “gabbio”. Certo, i provvedimenti di allora possono sembrare uno scherzo rispetto a quanto pagano certi ultras di oggi, ma bisogna tener presente il contesto in cui si era nel 1994… Le immagini delle telecamere a circuito chiuso non si sapeva nemmeno che cosa erano, la maggior parte delle occasioni in cui venivano operati dei fermi riguardavano persone che venivano colte in flagranza, e nella stragrande maggioranza dei casi il tutto si risolveva con un passaggio in questura ed una denuncia a piede libero. Gli arresti fino ad allora si erano limitati a una notte in camera di sicurezza della questura ed un passaggio dal giudice la mattina successiva; ritrovarsi per tre settimane all’hotel Due Palazzi fu indubbiamente un bel “salto di qualità”. Inoltre le accuse che venivano formulate allora rispondevano sempre ad episodi realmente accaduti ed erano le classiche accuse da stadio: rissa, resistenza, lancio di oggetti, oltraggio a pubblico ufficiale. Ritrovarsi di colpo con accuse pesanti sul capo come lesioni pluriaggravate, fabbricazione di ordigni, incendio doloso, devastazione ed un’indagine per associazione a delinquere, erano senza dubbio tutto un’altro paio di maniche.

Tutto ciò cambiò i connotati alla curva. In quegli anni in Italia si era diffuso un modo di tifare che veniva definito “all’inglese”, una “moda” se vogliamo, che però veniva adottata con facilità da quelle curve e quei gruppi che volevano iniziare a mantenere un “profilo più basso”: via striscioni chilometrici, tamburi e megafoni, via qualsiasi forma di organizzazione “ufficiale” (tesseramento, ecc), spazio alle “pezze” che vediamo oggi in vetrata, via nomi o sigle di gruppi. E la cosa funzionava, almeno per un po’. Anche a Padova si giunse ad una decisione dolorosa, ma necessaria: via lo striscione ed il nome storico degli Hell’s Angels Ghetto, spazio a bandiere “british” con la croce ed il nome del paese o del quartiere. Una rivoluzione, che però provocò una sorta di “strappo” nell’animo della tifoseria: tutti infatti si riconoscevano idealmente negli HAG, ed in quel teschio alato, e privarsene fu per molti come privarsi di una parte di se stessi. Se tale scelta fece cessare la “pressione” sullo zoccolo duro della curva, almeno per un po’, ebbe come “rovescio della medaglia” inevitabile quello di far si che la tifoseria nel suo insieme iniziasse pian piano a perdere identità ed a trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che era stata fino ad allora. Non ne faccio una colpa a chi gestiva la curva, semplicemente non c’era altra scelta.

Il passaggio dall’Appiani all’Euganeo nell’estate del 1994 fece il resto. L’impianto di Via Carducci per generazioni intere di padovani era stato una seconda casa, piccolo, accogliente, in pieno centro, e studiato apposta per il calcio. Passare all’Euganeo fu un colpo non da poco: uno stadio grande, sproporzionato, con le gradinate lontanissime dal terreno di gioco, senza una curva, situato in aperta campagna ed in una zona che all’epoca era abbastanza impervia da raggiungere (e dopo 20 anni la situazione non è molto migliorata). Personalmente me ne resi conto proprio nel giugno 1994, nella prima partita “ufficiale” disputata all’Euganeo, un’amichevole fra il Calcio Padova 1993/94 e le Vecchie Glorie Biancoscudate per festeggiare la serie A ottenuta pochi giorni prima allo spareggio di Cremona: ci mettemmo almeno un’ora e mezza per arrivare nel traffico della tangenziale (nel 1994 ancora incompleta), e quando arrivammo mi trovai davanti una “cattedrale nel deserto”. Non c’era semplicemente niente, non un bar, non un punto di ritrovo come poteva essere il vecchio chiosco di fronte a Santa Giustina, il nulla. Solo un immenso parcheggio non ancora asfaltato, e le biglietterie. Dentro lo stadio poi prendemmo posto nella parte superiore della Tribuna Ovest, allora ancora aperta, schiacciati fra quegli orrendi parapetti che non ti consentivano alcuna libertà di movimento ma al massimo ti permettevano di sederti a cavalcioni e posare le gambe sul parapetto davanti. Chiaramente trovammo anche da dire con dei radical-chic “sotuttomi” posizionati dietro di noi, mai visti allo stadio, che ci invitavano caldamente a posizionarci sui seggiolini e non sui parapetti, perché “Se hanno messo i seggiolini ci sarà un motivo, no?”. Ovviamente stare seduti sui seggiolini, a parte che non mi piaceva, impediva anche una corretta visione della partita, visto che di fronte avevi un parapetto in ferro che ti passava giusto giusto davanti il naso. Uno schifo totale. In Curva Nord, quella che avrebbe dovuto essere la curva degli ultras, poco più di un centinaio di ragazzi in un settore che si vedeva lontano un chilometro essere completamente anti-tifo: schiacciato, piccolo, lontano dal campo… I presenti quel giorno esposero diversi striscioni proprio sullo stadio, ne ricordo solo uno: “STADIO SENZA CURVA = STADIO SENZA TIFO”. Pienamente azzeccato. Dopo quella prima esibizione, non completamente riuscita, si corse ai ripari costruendo, o meglio “ricavando” un settore denominato “Curva Sud” che altro non era che la parte finale della Tribuna Est. Quella che oggi è la Fattori. Solo che all’epoca era aperta anche nell’anello superiore, e li si posizionavano gli ultras, mentre nella parte sottostante andavano tutti quelli che volevano vedersi la partita in santa pace. Un settore già migliore della curva nord dell’Euganeo, ma nemmeno paragonabile a quella che era la Curva Nord dell’Appiani.

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Quell’estate, in seguito all’ennesima bocciatura scolastica, i miei mi avevano tagliato i fondi. Ero riuscito però a fare qualche lavoretto come “Pony Express” ed avevo racimolato un po’ di soldi. Ora si presentava la scelta su come spenderli quei soldi: 1-Farsi la patente; 2-Farsi l’abbonamento al Padova (che non costava poco); 3-Andare in vacanza in campeggio a Lignano con gli amici. Un diciottenne non avrebbe mai potuto rinunciare alla prima vera vacanza con gli amici. Ed un tifoso del Padova non avrebbe mai potuto rinunciare all’abbonamento il primo anno di serie A. Diedi fondo quindi a tutti i miei guadagni di quell’estate, l’esame di guida avrebbe aspettato un altro paio d’anni. Tanto farsi scarrozzare in giro non era un problema. Tuttavia, a farci l’abbonamento aspettammo un po’ troppo, ed andammo ad agosto dopo le vacanze in campeggio: il risultato era che il settore superiore della Curva Sud era già esaurito, ci rimaneva solo di andare nell’anello inferiore. “Tanto credo che poi in curva tutti staranno in piedi e canteranno!” ci disse la bella e gentile ragazza dello sportello della banca. Pia illusione.

Nella partita di Coppa Italia con l’Inter, nell’agosto 1994, mi resi ancor più conto di con che razza di impianto avremmo dovuto convivere: il traffico e la pioggia torrenziale avevano congestionato la tangenziale, tanto che riuscimmo ad arrivare in zona stadio solo a partita iniziata. Chiaramente mancavano tutte le indicazioni dei settori, e mancava anche l’illuminazione in zona. Insomma, non si capiva un cazzo. Riuscimmo ad accedere all’interno dello stadio solo a metà primo tempo, con l’Inter già in vantaggio. La parte superiore della Curva Sud cantava a squarciagola, nella parte inferiore (l’attuale Fattori) dove mi trovavo io, sembrava di stare in tribuna. Una tristezza assoluta. E le cose non migliorarono con l’inizio della stagione… Padova-Parma, seconda di campionato, settembre 1994: solito ingorgo in tangenziale, ma questa volta eravamo partiti con largo anticipo, e la bellissima sorpresa di trovare il parcheggio Sud dell’Euganeo asfaltato quella mattina. Con trentacinque gradi. Chiaramente l’asfalto era fresco ed a fine partita si potevano ammirare le macchine che sprofondavano per un metro nel catrame… Ma non era finita, perché per accedere al nuovo parcheggio bisognava pagare mille lire! Solo per l’accesso eh, l’area non era custodita, se ti rubavano il motorino (come capitò ad un mio socio) cazzi tuoi! Dentro lo stadio, la parte inferiore della Curva Sud pullulava di gente mai vista, che si era abbonata giusto per vedersi la serie A. Una cosa che avevo messo in conto. Quello che non avevo messo in conto è che da parte di questi non c’era nessuna intenzione di farsi coinvolgere nel tifo, e forse nemmeno da parte di chi gestiva la tifoseria c’era troppo l’intenzione di coinvolgere (iniziò infatti in quel periodo una sorta di “elitarismo” che caratterizzò la nostra curva per anni, e che non portò buone cose…). Ergo, tutti seduti di sotto, e guai anche solo a pensare di alzarsi. Partivano imprecazioni da tutti e quattro gli angoli. Certo il pubblico del settore sottostante ogni tanto si faceva coinvolgere battendo le mani, ma non era ciò che intendevo io per tifo: se me ne fossi voluto andare in Tribuna Est, mi sarei abbonato in Tribuna Est! Invece quell’ambiente nuovo non mi piaceva per niente, e non piaceva nemmeno a molti altri…

Alcuni ragazzi che negli anni precedenti si erano avvicinati allo stadio, proprio quell’anno mollarono il colpo. Una gran parte di essi nemmeno si abbonò, non potendo disporre di 250-300.000 lire per l’abbonamento. Ed anche chi ne poteva disporre, forse non ci teneva abbastanza. Qualcuno, come il mio socio che in quel periodo si stava avvicinando al Pedro, mi disse laconicamente “Verrò a vedere qualche partita…”. Peccato che nelle partite più importanti i biglietti arrivassero a costare anche 40.000 lire, più o meno 40-45 euro di oggi. In curva! Anzi in una simil-curva… Non fu una buona tattica da parte della società. Col tempo io ed altri ragazzi che ci mettevamo di sotto, decidemmo di prendere la situazione in mano, dal momento che non c’era nessuno che trascinasse e men che meno che organizzasse il tifo: cominciammo a ritrovarci in piedi, nell’angolo più vicino alla Tribuna Est (“Acquario”) ed a tifare a dispetto di tutti coloro che protestavano. Cominciarono ad apparire nuove “pezze” e bandiere anche di sotto. Nessuna volontà di creare un’alternativa alla curva, solo la voglia di tifare. Ed infatti seguivamo i cori che partivano da sopra. Non mancarono i problemi di convivenza con molti “occasionali” che erano abbonati sotto, prontamente risolti dalla nostra arroganza giovanile: ricordo un personaggio abbastanza noto che un giorno ebbe da questionare con un signore che a tutti i costi voleva far rispettare la numerazione del proprio biglietto, cosa improponibile in curva. Dopo dieci minuti di tira e molla e di “Questo ze el me posto!”, fece l’errore di dire “Se no te te cavi ciamo ea poisia!”. Il ragazzo per un attimo sbarrò gli occhi, mi aspettavo un bagno di sangue, invece risolse la cosa con intelligenza: “Vuto el to posto?”, quindi sradicò il seggiolino e lo porse al signore insistente: “Ecco qua el to posto! Desso moeghea de rompare i coioni!”. Lacrime agli occhi. Sradicare seggiolini divenne una moda, d’altra parte non centravano un cazzo i seggiolini in curva! Alcuni, più “illuminati” di altri, con la targhetta recante il numero di seggiolino si fecero anche il portachiavi. In breve tempo, avere il portachiavi con il numero del seggiolino a Padova divenne un must… Nel giro di qualche anno i seggiolini vennero danneggiati quasi tutti, e si provvide alla loro rimozione: ecco perché oggi non li vedete in Fattori!

Tuttavia, nonostante tutti i nostri sforzi, la nuova Curva Sud non avrebbe mai raggiunto le vette della Nord dell’Appiani. Nelle ultime partite ricordo che praticamente l’intero settore inferiore era in piedi a cantare, avevano ampiamente rinunciato a romperci le scatole. Però mancava sempre qualcosa. Intorno a me, tantissima gente che era palese che non centrasse un cazzo, e tante facce “storiche” che invece non vedevo più. A metà del secondo anno di serie A, col Padova inguaiato, la maggior parte di questi nuovi tifosi sparì nel nulla. Del resto, nulla venne fatto per coinvolgerli, né da parte societaria né da parte della tifoseria: oggi la Fattori comunica molto, ha un sito internet, una fanzine, emette spesso e volentieri comunicati stampa ed ha una sede grande e spaziosa. Una tattica vincente, a mio modo di vedere. Ma ai tempi tutto questo non c’era, e la scarna comunicazione era affidata a qualche volantino spesso dai contenuti “antipopolari”, mentre le iniziative tipo “Appiani in Festa” (tanto per dirne una) non erano nemmeno contemplate nei pensieri…

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Quel 1994/95 dicevamo, fu uno spartiacque anche per me: cambiai scuola, cambiai compagnia di amici. Cambiai proprio dimensione. Lo stadio iniziava a non essere più l’unica cosa. La nuova scuola pullulava di ragazze, al contrario di quella che avevo frequentato nei quattro anni precedenti, anzi i maschi erano l’assoluta minoranza. Il che significava che le occasioni di “divertimento” non mancavano e non bisognava nemmeno fare troppa fatica a cercarle. La storia d’amore che mi portavo dietro dagli anni precedenti con una mia coetanea finì presto in una delusione, ci rimasi sotto e non poco, ma superai alla grande attingendo a piene mani dalla “fauna” del mio istituto. Il sabato sera iniziammo a frequentare sempre più le discoteche, da bravi diciottenni: il WAG (che nelle serate si chiamava “Rock House”), lo Station, qualche puntatina all’Arancia Meccanica o al Par Hasard estivo, ed in occasioni speciali qualche viaggio “fuori provincia” in direzione Alter Ego o Muretto. Tutto questo portò a delle scelte: per molti tornare alle sei di mattina ed alzarsi alle 9 per andare in trasferta non era sostenibile, quindi molti amici cominciarono a disertare le partite lontano da Padova (qualcuno sempre più spesso anche quelle in casa). Ma era anche una questione di soldi, visto che ormai tutto costava molto di più ed erano lontani i bei tempi del “treno speciale + biglietto dello stadio = 10.000 lire”. Io personalmente in più di un’occasione mi ritrovai a rinunciare a serate con amici per andare in trasferta il giorno dopo. C’era chi non mi prendeva sul serio e mi diceva che la passione mi sarebbe passata appena avrei trovato una ragazza che mi avesse fatto innamorare, ma innamorato lo ero già stato e non avevo mai messo il Padova al secondo posto… Cominciai tuttavia anche a capire quanti fra i miei amici ci tenessero sul serio, e per quanti fosse poco più di una moda del momento. Ma cominciai anche a farmi qualche giro in qualche altra curva a vedere qualche altra partita che non fosse del Padova: mi piaceva molto il mondo ultras, ed avevo la mia bella curiosità. Iniziai quell’anno a fare qualche capatina a Bergamo in curva dell’Atalanta, grazie ad un amico atalantino di Vicenza, ed in curva del Verona. Poche volte, sia chiaro, se potevo seguivo sempre il Padova. Ma tanto mi bastò per capire alcune differenze fondamentali fra le due città sopra citate e la mia.

In tutto questo, il Padova stava vivendo un’altra annata da sogno. Avevamo ancora una società degna di tale nome, che programmava senza fare spese folli, nonostante avesse le finanze molto limitate. E dopo un inizio pessimo, la squadra riuscì a trovare la quadratura del cerchio inziando a produrre bel gioco e risultati. Tutte le grandi di allora (Milan, Inter, Lazio e Juventus) caddero contro il Padova. A tre giornate dalla fine i biancoscudati avevano ben sei lunghezze di vantaggio sul Genoa: alla terzultima prendemmo una sonora bastonata a Cremona, riducendo a tre punti il vantaggio, quindi biancoscudati e grifoni si giocarono il tutto per tutto in un Euganeo stracolmo alla penultima. Risultato finale 1-1 e tutto come prima. Per raggiungere la salvezza bisognava non perdere l’ultima partita a San Siro con l’Inter. Nell’ultima di campionato, più di 3.000 tifosi biancoscudati seguirono il Padova a Milano. Un ottimo numero, ma sinceramente mi sarei aspettato di più all’epoca, ed ero convinto che qualche anno prima ne avremmo portati almeno il doppio. La tifoseria quell’anno non espresse mai bene il suo vero potenziale. A Milano perdemmo 2-1 all’ultimo minuto con gol di Del Vecchio, il Genoa vinse in casa col Torino, e per stabilire la quarta squadra che avrebbe fatto compagnia in serie B a Brescia, Reggiana e Foggia si rese necessario lo spareggio. Per il Padova, il secondo consecutivo dopo quello dell’anno prima a Cremona.

All’epoca gli spareggi si disputavano in una gara secca in campo neutro, da scegliersi in una sede che fosse a metà strada fra le due città. Venne scelta Firenze. La disposizione dei biglietti invece scatenò non poche polemiche: al Genoa vennero assegnati ben 25.000 biglietti (che non esaurirono), ovvero l’intera Curva Fiesole e la gradinata. Al Padova la sola Curva Ferrovia, per un totale di 10.000 biglietti. Le polemiche fecero si che altri 2-3000 biglietti venissero reperiti per il settore di Tribuna Coperta, inizialmente assegnato ai tifosi neutrali.  Non sarei mai mancato a Firenze, insieme ai miei soci che avevano improvvisamente ritrovato la giusta “verve”. Non sarei mai mancato, pur deluso dal comportamento di molti di loro. E soprattutto non sarei mai mancato pur avendo quel giorno l’esame di qualifica a scuola, per l’ammissione al quarto anno. La mia scuola infatti prevedeva due sessioni di esame: una in terza che permetteva di conseguire la qualifica professionale, ed una in quinta che permetteva di conseguire la maturità vera e propria. In quella settimana avevo svolto regolarmente gli scritti, e sabato 10 giugno, giorno dello spareggio di Firenze, avevo l’orale. Mi presentai alle otto del mattino con l’aria di chi era parecchio nervoso, ed effettivamente non avevo dormito un cazzo per la tensione come mi capita ancora oggi prima delle partite importanti. Le ragazze della mia classe avevano già stabilito l’ordine di entrata, io sarei dovuto entrare verso le 11, ma non esisteva: feci una litigata furibonda con le due rappresentanti di classe ed alla fine riuscii ad entrare per primo. Feci il mio bell’esame orale, poco più di una formalità, ed alle nove ero già in cortile a prendermi il caffè e fumare la sigaretta. Alle nove e mezza arrivarono anche i miei soci a prendermi, e fecero non poco scalpore questi quattro ragazzotti in bomber, dal modo di fare molto spavaldo, che mi omaggiarono di una bella bottiglia di Vodka. Sono pronto a scommettere che qualche “compagna” di classe più di un pensierino l’avrebbe fatto, pur mostrandosi un po’ schifata a prima vista… Chi non apprezzò per niente furono i professori, che uscirono intimando di cessare il casino e far sparire gli alcolici! Decisi che ne avevo abbastanza, era ora di partire.

Ore 11.30, la stazione di Padova era già un mare biancoscudato. Il cielo dal canto suo non prometteva niente di buono, non era la classica giornata estiva, anzi… La tifoseria si stava muovendo alla volta di Firenze con due treni speciali e ben 90 pullman. L’atmosfera era elettrica. Un’altra novità di quell’anno, che non mi era piaciuta, è che si erano cominciati ad utilizzare meno i treni per le trasferte, e che sempre più spesso ci si muoveva in pullman. Ed anche quando si partiva in treno, ci si ritrovava alla stazione di Campo di Marte, per motivi di ordine pubblico. Trovavo la cosa spersonalizzante: amavo le trasferte in treno, indice di libertà assoluta, mentre il pullman aveva caratteristiche più “intime”; ed amavo partire dalla Stazione Centrale di prima mattina, con i cori che rimbombavano nell’atrio mentre Padova sonnecchiava e ti guardava allibita! Quel giorno la partenza per Firenze fu programmata dalla Stazione Centrale, e per me aveva un sapore antico, qualcosa che era stato perso l’anno prima e che ora veniva riproposto come surrogato. Tuttavia lo stato faceva la sua bella guardia: celerini schierati, perquisizioni a tappeto, per salire in treno bisognava mostrare il biglietto del viaggio e dello stadio. Ma soprattutto: niente alcolici, niente cinture, niente aste di bandiera. Approfittai di un socio salito per primo, e dal finestrino gli passai tutto il mio materiale. Altri riuscirono ad aggirare i controlli, non senza tensione. Insomma, per mezzogiorno eravamo già in viaggio… Sul nostro vagone, la responsabilità era affidata ad un celerino con cui finimmo per fare quasi amicizia: può sembrare strano, ma in quegli anni capitava di trovare qualche tutore dell’ordine che non fosse ottuso e magari con un passato in curva. E che faceva il suo lavoro, niente più niente meno, e non lo stronzo a tutti i costi. Bene, questo celerino (che oggi ha fatto carriera ed è uno dei “capoccia” del Reparto Celere di Padova) si presentò con un collega nel nostro scompartimento per verificare biglietti e documenti (una prassi per i treni speciali dell’epoca) e subito ci bollò come “Gruppo Extasy” per l’eccessiva baldanzosità di alcuni nostri soci, che sembravano strafatti di extasy; ed ebbe il merito non indifferente di stemperare la tensione del grande evento…

Il viaggio infatti trascorse tranquillo, nonostante fossimo in palese ritardo, ed il maltempo che incrociammo lungo tutta la linea ferroviaria avesse provocato disagi che ci avevano fatto perdere ulteriormente tempo. A Bologna il treno si fermò in una zona di campagna alle porte della città. La tensione salì subito, ed alcuni ragazzi scesero a raccogliere sassi dalla massicciata. Subito intervenne la celere, che sigillò i vagoni e ci obbligò a chiudere le tendine dei finestrini. Il ragazzo in questione venne identificato, ma se la cavò con un rimbrotto ed evitò la denuncia. In fin dei conti non era successo veramente un cazzo…. Giungemmo a Firenze che mancavano pochissimi minuti all’inizio della partita, e la tensione era altissima. Pioveva a dirotto, partimmo con un corteo massiccio nel breve tratto di strada che collegava la stazione di Firenze Campo di Marte con la Curva Ferrovia. Per tutta la strada, cori e bombe carta, mentre le squadre stavano ormai entrando in campo. Giunti davanti all’ingresso la situazione degenerò: molti tifosi biancoscudati spingevano per entrare dal momento che era molto tardi, la celere fece una carica e per tutta risposta si ritrovarono 2.000 tifosi a tentare di scardinare i cancelli. Dovettero aprire e farci passare tutti immediatamente. In quel frangente si diffuse la voce che un ragazzino di 11 anni fosse stato colpito al volto da una manganellata e fosse in ospedale col naso fratturato, ma non ho mai trovato conferma… Quello che so è che, dopo pochi minuti dal nostro ingresso, la situazione precipitò nuovamente ed iniziarono nuovi scontri con la polizia. In quei due anni di serie A, i viola erano fra i nostri nemici preferiti, e pare che all’esterno della Ferrovia alcuni gruppi di tifosi fiorentini ci invitassero allo scontro. Ma c’era anche questa voce del ragazzino in ospedale ad alimentare la tensione. Insomma, non ho mai capito bene come ma iniziarono gli scontri, ai quali da bravo diciottenne invasato mi buttai in mezzo. La celere non riuscì a penetrare in Ferrovia, e furono praticamente “spinti” all’esterno, nell’antistadio. Andammo avanti a cariche, manganellate, torce lanciate verso i celerini e rispedite al mittente per cinque minuti buoni, fino a quando Vlaovic non portò in vantaggio il Padova. Esultanza smodata, con un mio socio che scivolò sui seggiolini viscidi e si fece molto male ad un ginocchio.

Sugli spalti i genoani erano decisamente di più e si facevano sentire alla grande (anche se erano abbastanza lontani dai 25.000 annunciati ad inizio settimana), ma noi non eravamo da meno. Con loro presenti anche vari gruppi gemellati (Ultras Granata, ben visibili, pisani, reggiani e vicentini. E poi forse pure qualcun altro…). A fine primo tempo capitò un altro episodio: alcuni nostri tifosi riuscirono a forzare il portone del magazzino della Ferrovia ed asportare tutto il materiale in esso contenuto. All’epoca infatti, entrambe le curve dello stadio di Firenze erano popolate da gruppi ultras. Striscioni, tamburi, bandieroni cambiarono padrone e da viola divennero biancoscudati. Un gesto sul quale vige ancora oggi un certo mistero: l’anno successivo lo striscione della Nuova Guardia, rubato allo spareggio di Firenze, comparve nella curva della Juve. Il che mi fa pensare che, nel marasma, si fosse buttata dentro gente che non centrava veramente nulla col Padova ed i padovani. Anche io ed un altro socio ci portammo a casa il nostro “malloppo”, peraltro anche di una certa importanza nell’equilibrio della Curva Ferrovia. Bravata da ragazzini, non lo portammo mai allo stadio, lo utilizzammo qualche volta per un torneo di calcetto disputato quell’estate (In cui il nome della nostra squadra era proprio quello riportato sullo striscione) fino a quando non finì a casa di un nostro socio che col tempo abbandonò lo stadio e si arruolò nell’esercito. Probabilmente l’ha scambiato in Afghanistan per cibo ed acqua, non so più che fine abbia fatto quello striscione. Quel che so è che facemmo una bastardata ad un nostro amico, lasciando con un indelebile nero un messaggio sui cessi dello stadio “Se cercate gli striscioni, chiamate il….” seguito dal suo numero di casa: in occasione di Padova-Fiorentina della stagione successiva si sentì chiamare più volte in piena notte dai tifosi viola inferociti; tanto che suo padre fu costretto ad avvisare i carabinieri della situazione… Una goliardata sfuggita leggermente di mano!

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Nella ripresa e nei supplementari il Padova iniziò un autentico assedio alla porta genoana, che non capitolò solo grazie alla superba prestazione di Spagnulo, il loro portiere. Anche il nostro tifo divenne più “tambureggiante”, tutti bagnati fradici a spingere i biancoscudati, mentre i genoani pian piano diedero l’impressione di spegnersi. Ricordo un siparietto divertente: alcuni tifosi biancoscudati avevano posizionato una statua di Sant’Antonio da Padova sotto la Ferrovia, in campo, come portafortuna. I celerini in più di un’occasione andavano a spostarla, ma dovevano poi desistere per le proteste della Ferrovia, che sembrava esplodere ogni volta… Ricordo anche l’esposizione di uno striscione trafugato ad un gruppo di genoani in occasione del match di due settimane prima. Nella loro curva, per tutta risposta, l’esposizione di “Ultras sez. Piovega”, striscione nostro rubato dai pisani l’anno prima e “passato” ai rossoblù allora gemellati… Alla fine furono i rigori a decidere il nostro destino, ed io non ero per niente tranquillo: Spagnulo aveva parato il mondo, e di solito un portiere in queste situazioni si esalta e ti para anche i rigori. Infatti il primo lo fallì Jimmy Fontana. Ed il secondo per poco non lo sbagliò Poldo Cuicchi. Per fortuna Bonaiuti respinse il tiro di Marcolin (proprio colui che ci ha allenato all’inizio di questa stagione). I tiri successivi vennero tutti realizzati da Perrone, Vlaovic e Balleri. Si rese necessario andare ad oltranza: sul dischetto per il Genoa andò Galante. In quel preciso istante mi trovavo fianco a fianco con un personaggio di Padova assai noto, una “macchietta”, tanto che in quegli anni veniva spesso incitato ad assumere il ruolo di sindaco. So che mi girai a guardarlo casualmente e lui tenendo lo sguardo fisso sul campo sibilò “Galante, rigore… fallito!”. Non so perché ma ebbi una strana sensazione. Galante prese la rincorsa, ma colpì la palla troppo sotto ed il tiro andò oltre la traversa. Mi misi ad urlare come un pazzo “GALANTE RIGORE FALLITO! GALANTE RIGORE FALLITO!”. Tornai a guardare il personaggio di prima, che ora mi sorrideva sornione. L’ultimo tiro toccò a Michel Kreek, che rimase freddo spiazzando Spagnulo. Era fatta! Il Padova in serie A. “La giustizia trionfa, il Genoa torna a casa con le pive nel sacco!” urlava in quel momento l’indimenticabile Gildo Fattori!

Del dopo partita ricordo il mesto sfollare dei 20.000 genoani, mentre noi attendemmo un’altra ora dentro lo stadio festeggiando. Nel marasma totale un mio socio aveva un ginocchio che aveva bisogno di una bella “steccatura”, un’altro si era beccato una scarpa in piena fronte, ed io mi ero tagliato un dito. Finimmo tutti e tre all’infermeria dello stadio. Li c’erano altri tifosi biancoscudati, e c’era un ragazzo con una spalla fuori sede, colpito da una carabina di un carabiniere. Ci feci due parole e riconobbi l’accento toscano: era di Montevarchi, tifoso del Montevarchi, e quando ci aveva visti arrivare non aveva resistito alla tentazione di buttarsi in mezzo ai casini. “Non ho mai visto un’orda del genere!” mi disse. Ci avesse visti qualche anno prima a Cremona, avrebbe come minimo cambiato squadra del cuore… Ulteriore dimostrazione che in quella partita c’era tanta gente “esterna” in curva nostra.

Per la cronaca alcuni tifosi biancoscudati ebbero anche un ritorno a casa parecchio movimentato: i viola infatti avevano saputo del furto degli striscioni, e nei dintorni dello stadio giravano a caccia di macchine con targa padovana. Un ragazzo in particolare mi raccontò che ad un semaforo si vide aprire una porta e piombare un tifoso viola all’interno: il pazzo in questione rimase intrappolato e vittima di lui e dei suoi amici per un bel po’, nonostante si difendesse egregiamente a calci e pugni. Per togliersi questa rogna dalle balle, non fecero altro che mollarlo nelle colline nei dintorni di Firenze, e se ne tornarono poi a casa con la paranoia di trovarne altri…

Dopo un’ora di attesa incamminammo in corteo nuovamente verso Campo di Marte, sotto la pioggia che aveva ricominciato a scendere copiosa, con la gente che ci guardava dalle finestre. Ecco, nella mia mente quel corteo rappresenta la fine di un’epoca: era cambiato tutto, lo stadio, la tifoseria, a breve sarebbe cambiata anche la società. Saremmo scesi in serie B, poi in C1 ed infine in C2 nel breve volgere di pochi anni. Un tale di nome Viganò avrebbe distrutto tutto. Ma in quel momento non lo potevamo sapere, esultavamo felici per una salvezza meritata, e cantavamo sotto la pioggia di Firenze. Col senno di poi mi è venuto da pensare che forse sarebbe stato meglio perderlo quello spareggio, retrocedere con dignità e non con ignominia come sarebbe avvenuto 12 mesi dopo e magari tornare su immediatamente. Ma non sarebbero mai andate così le cose. Quei due anni di serie A mi lasciarono sempre in bocca l’amarezza di un’occasione persa per fare un vero salto di qualità a livello calcistico. Furono poco più di un’illusione, due anni per far divertire tanta gente che poi allo stadio non ci avrebbe mai più messo piede. Anzi, le stesse persone che negli anni successivi avrebbero iniziato a deriderti perché seguivi ancora il Padova. E l’amarezza più grande degli anni successivi fu vedere ogni giorno di più il distacco fra la squadra e la città che si accentuava….

Sabato 10 giugno 1995, Firenze. Erano più o meno le 20,30. Il canto del cigno…

 

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4 pensieri su “10 giugno 1995: lo spareggio di Firenze

      1. Beef and Honour

        Allora avevo sentito voci sbagliate. A parte questo, ci sono stati scontri con squadre di A quell’anno? Non mi sembra

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