Primavera 1991

3d2d9b8d522252f649d6b47564afd4adTutto ha un’inizio, una genesi. Per ritrovare la mia genesi di tifoso biancoscudato bisogna ritornare indietro di 23 anni. Anno di grazia 1991. Il mio primo anno in Curva Nord all’Appiani, in concomitanza col mio passaggio dalle medie alle superiori. Il mondo stava cambiando, il comunismo e l’Unione Sovietica stavano crollando subito dopo il disgregamento del Muro di Berlino, a breve anche molti altri stati europei avrebbero seguito la stessa sorte (Yugoslavia su tutti), e pure la politica italiana avrebbe subito uno sconquassamento senza precedenti. Ma nel 1991 ci godevamo ancora l’onda lunga degli anni ’80, e per me, allora inviato sulla strada che portava ai quindici anni, la priorità non era tanto ciò che succedeva in giro per il mondo, ma casomai trovare una mia dimensione… Posso dire che quell’anno la trovai, e tutt’oggi ripenso a quel periodo ed a quell’epoca con grande nostalgia, che purtroppo non è solo la nostalgia dei miei 15 anni (prima o dopo si cresce, bisogna farsene una ragione) ma è soprattutto nostalgia di un’epoca decisamente migliore di quella attuale….

In questi giorni stiamo soffrendo un po’ tutti per la triste sorte toccata al nostro Padova; ma in questo periodo cade anche l’anniversario di un periodo fra quelli che più di tutti hanno segnato la mia vita da stadio: la primavera del 1991, appunto. Spesso nei nostri ricordi di tifosi biancoscudati stagionati finiamo a parlare di “Cremona Invasion”, di Padova-Barletta 4-3, della “Fatal Lucca”. Tutte partite ed episodi ravvicinati fra di loro, che per questioni di tempo preferisco riassumere in un unico post (mi perdonerete per la lunghezza). Tutte partite ed episodi che fanno parte appunto dello stesso periodo: Primavera 1991! E sarei un bugiardo se non ammettessi di esserci rimasto un po’ sotto con quel periodo…

Tuttavia bisogna partire dall’inizio, e per prima cosa capire che cos’era Padova nel 1991. Per me, allora quindicenne ancora legato al mio paese della cintura urbana, Padova non era altro che “la città”, precisamente la città dove frequentavo il primo anno delle superiori (con scarso profitto). Era il posto dove cominciavo a maturare le prime esperienze al di fuori della famiglia o del classico giro dei compagni di scuola o di calcio. Le prime sigarette, i primi spritz, le prime “bruciate” a scuola, le prime esperienze con le ragazze e con le droghe… Quelle stradine ciotolate del Ghetto, dove aveva sede l’Istituto per Geometri che frequentavo (e che frequentai fino alla terza con scarso successo, prima di cambiare completamente indirizzo), se potessero parlare ne potrebbero raccontare delle belle. Ancora di più belle ne potrebbero raccontare la vecchia sala giochi “Hec” in Galleria Eremitani, il Bar Tranquillino nel Sottopassaggio della Stua, i Giardini dell’Arena, il Video Show in Corso Milano o il Bar Rex in Piazzetta Conciapelli. E ne potrebbero raccontare parecchie i miei due libretti personali rasi di giustificazioni fasulle… Fu un anno scolastico perso quel 1990/91, ma forse fu giusto così: dovevo scoprire il mondo, non avevo tempo per studiare! In un certo senso lo capirono anche i professori, dal momento che ad Aprile smisi completamente di frequentare la scuola, all’insaputa dei miei genitori, per andare ad ingrassare le tasche dei vari locali del centro frequentati dal “popolo che brucia”: mai una telefonata a casa, mai una segnalazione! Erano tempi diversi va detto: non c’erano tutti i sistemi di controllo che ci sono oggi per gli studenti (dai libretti personali con fototessera ai cartellini magnetici da timbrare come al lavoro), non c’erano genitori così apprensivi, ed in generale c’era la convinzione che “uno che non ha voglia di studiare deve andare a lavorare!”. Tanto la scuola dell’obbligo l’avevamo bella che finita l’anno prima, nessuno ci obbligava più a far niente… Aggiungiamoci che in quel primo anno la mia vecchia scuola era ancora amministrata da un Preside che era come se non ci fosse (tutto il contrario del clima da regime che si instaurò a partire dall’anno seguente) e la frittata è fatta…

Ma Padova nel 1991 per me non era solo la scuola: erano le domeniche in discoteca all’ “Open” di Brusegana (la mia prima discoteca, che poi divenne un locale di lap dance per anni noto come “Furore” e che oggi dovrebbe essere un ristorante etnico o qualcosa del genere…) quando i biancoscudati andavano in trasferta, erano le corse spericolate col mitico “Si” della Piaggio, rigorosamente in due senza casco (divertimento che, per quelli come me che non avevano il motorino e scroccavano i passaggi, in genere durava fino al primo sequestro di mezzo da parte della PS; poi bisognava trovare un altro “cavaliere”), erano le prime compagnie di una certa consistenza e tutti con il bomber addosso (che era il giubbotto che all’epoca andava per la maggiore nella quasi totalità dei giovani, tanto che sembravamo quasi un piccolo esercito a vederci), erano i sabati pomeriggio in centro ad amministrarsi i pochi soldi di allora; ma sopratutto erano le prime domeniche in curva, all’Appiani. Tutto era cominciato il 6 gennaio di quell’anno: a scuola andavo già male e come tutti gli adolescenti ero inquieto ed irrequieto; ma quel Padova-Cremonese 0-1 (autogol di Ottoni) cambiò per sempre la mia prospettiva del mondo! Non mi bastava più la compagnia dei miei amici di infanzia, le partitelle a pallone in campetto, i miei compagni di squadra di calcio; volevo qualcosa di più: volevo la domenica andare in Curva Nord! Li non era un ambiente come gli altri, li non c’erano i boari che passavano giornate intere a fare “mono” col motorino su e giù per la piazza, e non c’erano i bulli seduti sulle panchine per ore con lo sguardo da finto duro a gridarti “Che casso vardito!” quando casualmente incrociavi la loro faccia con gli occhi. Li c’era gente molto più grande, e molto diversa; lì c’era da stare attenti…

Cremona 91In una delle prime partite diedi fondo alla mia paghetta comprando la mia prima sciarpa “Hell’s Angels”, quella in jacquard rossa da un lato e bianca dall’altro, oggi autentico cimelio per i collezionisti… Erano altri tempi, materiale di curva non ne girava molto, ed avere quella sciarpa significava che comunque eri uno che allo stadio ci andava (non fosse altro perchè non in tutte le partite era disponibile il materiale, ed anche quando lo era bisognava stare attenti a chi la si chiedeva, perchè specie se si era ragazzini si rischiava di essere anche apostrofati a male parole…). Faine in giro per Padova ce n’erano parecchie, dunque bisognava avere gli occhi un attimo aperti perchè quella sciarpa faceva gola: potevano fregartela a scuola se la lasciavi in classe ed uscivi solo col bomber all’intervallo, potevano fregartela in discoteca se l’appoggiavi incautamente sul divanetto, potevano fregartela in qualsiasi altro posto in cui l’abbandonassi. Potevano anche sfilartela per farti uno sfregio, sia ragazzi di sinistra un pò troppo imparanoiati dai “troppi fascisti che si vedono in giro”, sia bulli di quartiere che vantavano o più spesso millantavano anni di frequentazioni di curva. Insomma, bisognava essere pronti a difenderla. I bulli dell’epoca non erano diversi da quelli di adesso, e non erano nemmeno migliori: semplicemente non esistevano cellulari con fotocamera per riprendere le proprie imprese, e men che meno esistevano Youtube o Facebook, quindi il tutto era molto sommerso, ed anche chi subiva un atto di bullismo non ne parlava troppo per non passare da coglione ma casomai cominciava a studiare una maniera per non farsi fottere la volta successiva… Il mio socio di stadio dell’epoca un giorno rifiutò addirittura un’offerta di 30.000 lire per quella sciarpa (che per un quindicenne erano bei soldi, considerato che noi il sabato lo facevamo con 10.000 lire in tasca da cui doveva saltar fuori anche la miscela per il motorino!), motivando il tutto con un “Questa sciarpa non ha un valore economico! Per me, che la debbo difendere tutti i giorni in qualsiasi posto in cui vado, ha un valore affettivo e simbolico che va ben oltre le 30.000 lire, perchè è una sciarpa del Padova, ed alla fede non si dà un prezzo!”. Rimasi semplicemente esterefatto da questa sua uscita, avevo trovato un socio con valori tanto profondi che feci subito miei; mai avrebbe tradito i suoi colori, mai… nel giro di un paio d’anni questo socio si fece crescere i capelli, cominciò a vestirsi con giacche peruviane e ad indossare la kefiah, iniziò a fumare una canna dietro l’altra (lui che manco fumava sigarette) e sopratutto iniziò a frequentare i centri sociali, dimenticandosi completamente del Padova e finendo anche per togliermi il saluto (senza motivo particolare, se non quello che dal suo punto di vista chi andava in curva “è un fascista!”). La sua sciarpa credo sia finita in qualche cassonetto, o più semplicemente usata come straccio per lucidare scarpe. La mia sciarpa invece finì tra le grinfie di mio padre qualche anno dopo; il quale, adirato per i miei pessimi risultati scolastici, in uno dei suoi raptus di rabbia prese un bel pò del mio materiale da stadio e lo gettò nel cassonetto della nettezza urbana (oltre a quella sciarpa, nel cassonetto finirono anche la maglietta “Cremona Invasion” e la maglietta nera “Ultras”, tanto per citare altri due cimeli storici…). Non gliel’ho mai perdonato…

Ad ogni modo nel 1991 il mio mondo era questo: vivevo le giornate cazzeggiando, fingendo di studiare, passando da “Urka!” su Italia Uno a tutta la rassegna di video musicali su Videomusic (antenata dell’attuale MTV), fumando qualche canna ed uscendo nel tardo pomeriggio con la mia prima compagnia di adolescenti, ragazzi e ragazze, tutti inquieti ed irrequieti più o meno come me, tutti col bomber, tutti o quasi col “Si” sotto il culo ed il casco ben stretto sull’avambraccio… In realtà, vivevo le giornate aspettando che fosse domenica per la partita in casa! Di trasferte manco a parlarne, e pure il mondo ultras mi sembrava ancora una cosa così lontana da venire… Da milanista sfegatato quale ero, stavo pian piano scoprendo una simpatia sempre più forte per la squadra della mia città, che dopo anni stava cominciando a farsi rispettare.

A Febbraio per esempio eravamo a metà classifica, più vicini alla zona promozione che a quella retrocessione: in uno dei tanti pomeriggi passati a cazzeggiare, presi la Gazzetta e nella pagina della serie B parlavano proprio del Padova, in netta ripresa dopo un inizio di stagione deludente… “Secondo te ci andiamo in serie A?”, chiesi al mio socio, futuro “pedrino”… Gli si illuminarono gli occhi, ma poi tornò subito alla realtà: “Eh magari… forse l’anno prossimo…”. In realtà avevo colpito nel segno. E non ero l’unico ad avere strane sensazioni: in città sempre più gente cominciava a parlare di quel Padova che faceva divertire tifosi ed addetti ai lavori: c’era un giovane promettentissimo e futuro campione come Albertini che non saremmo mai riusciti a trattenere, c’era un bomber di razza come Nanu Galderisi, un fluidificante a sinistra che spingeva come un forsennato come Totò Benarrivo, una coppia di centrocampisti a destra come Di Livio e Nunziata, un allenatore ambizioso come Mario Colautti, un direttore sportivo di razza come Piero Aggradi capace di farti una squadra competitiva in due settimane ed un presidente che era un autentico signore come Marino Puggina. Era una squadra che piaceva ai padovani, e cominciava a piacere sempre di più. Parlare di serie A a Febbraio sembrava follia pura, ma intanto quel Padova continuava a macinare gioco e risultati, scalando posizioni e posizioni in classifica.

In Aprile, come già detto, abbandonai la scuola (ormai l’anno scolastico era perso per me, con tutte le materie sotto la sufficienza ad esclusione di Italiano ed Educazione Fisica) e mi dedicai a due mesi di puro cazzeggio. Ricordo che era la settimana in cui avevamo battuto il Messina per 5-1 all’Appiani, e la Gazzetta dello Sport letta al Tranquillino in una mattinata in cui avrei dovuto essere in classe titolava: “Padova, ora la città comincia a sognare!”. E la città cominciò a sognare sul serio. Tranquilli, Padova non è cambiata in questo: sa esaltarsi per qualche partita vinta nella stessa maniera in cui sa deprimersi per un paio di partite perse consecutivamente. Forse la tifoseria è maturata, ma la città ed i suoi abitanti per certi aspetti sono tali e quali ad allora: forse erano meno “fighetti”, erano più rudi (d’altra parte erano i tempi che correvano), ma modaioli lo sono sempre stati… In quel periodo però cominciò ad interessarsi sul serio al Padova, in un certo senso come è stato tre anni fa durante la cavalcata della truppa di Dal Canto…

12 Maggio 1991, Padova-Udinese: erano previsti circa 3.000 tifosi da Udine, ed io sottovalutai clamorosamente la situazione, o meglio non ci pensai proprio… giunsi allo stadio attraverso Santa Rita e l’Istituto Marconi, facendo il giro per la circonvallazione interna e trovandomi dritto sotto la Curva Sud, in una zona già occupata dai friulani che tentarono anche di farmi la sciarpetta. Me la cavai con un paio di calci in culo ed un tentativo di sgambetto, ma per fortuna a quell’età ero decisamente più agile e scattante… Dentro lo stadio le tifoserie si davano già battaglia un’ora abbondante prima della partita, a suon di cori… “La gente vuol sapere… chi noi siamo…”, cantavano i friulani, e dalla Nord partiva immediata la risposta: “Terremotati! Voi siete terremotati!”. Un tempo era così: un’ora prima della partita già risuonavano i cori e gli sfottò fra le due curve. Oggi a volte si inizia a cantare dopo che la partita è iniziata…

93Sul campo, l’Udinese era una buonissima squadra, a cui una penalizzazione di cinque punti aveva complicato non poco il cammino. L’anno successivo sarebbe salita in A in carrozza. Ma quello non era il loro anno… Il primo tempo si chiuse a reti inviolate, e ad inizio ripresa la buonanima di Giuliano Giuliani, il loro portiere, venne a posizionarsi nella porta sotto la Nord: qualche tifoso dal parterre lo insultò, lui fece l’errore madornale di rispondere a tono, e l’intera Nord gli si rivoltò contro! Iniziò a piovergli addosso di tutto: petardi, monetine, accendini e bicchierate miste di birra/acqua/piscio/saliva… Lui dal canto suo non fece proprio nulla per calmare gli animi, anzi cominciò ad applaudire sarcasticamente (La persona in questione è morta da più di dieci anni ormai… mi dispiace dirlo, rispetto molto la sua memoria, ma quando giocava era un gran figlio di puttana e lo dimostrava!) col risultato che la Nord esplose definitivamente. Nel frattempo le squadre erano già pronte ad iniziare la ripresa, che l’arbitro Cesari non lasciava iniziare fino a che non si fosse calmata la situazione. I giocatori biancoscudati (Ottoni, Di Livio, Galderisi…) furono costretti a correre sotto la Nord a parlare con gli ultras per calmare le acque! Un episodio che innervosì non poco il portiere friulano… Subito dopo il fischio iniziale l’Udinese si portò in vantaggio con Balbo. il Padova non si demoralizzò, anzi iniziò l’assedio, e Giuliani (che era ormai un bersaglio) iniziò a scaraventare un rinvio dopo l’altro in tribuna… Li per li non capivo se faceva apposta per provocare e perdere tempo o se veramente fosse nervoso, a distanza di anni propendo più per la seconda ipotesi, anche perché il suo nervosismo finì per ripercuotersi sulla sua squadra: Lucci provocò un rigore su Zanoncelli che Galderisi trasformò per il pareggio, poi Longhi completamente libero raccolse una ribattuta del palo su colpo di testa di Benarrivo e centrammo un’importantissima vittoria…. Fuori dallo stadio sassaiole verso i friulani e cariche della celere, per la prima volta mi trovai coinvolto in tafferugli da stadio, mi trovai a saltare di corsa su un autobus di passaggio, ma poco importava perchè quel giorno avevo iniziato a sognare… tanto sognai che mi dimenticai perfino di aver promesso alla “fidanzatina” di allora di passare a prenderla dopo la partita, e così finì il nostro amore mai sbocciato!

Domenica 19 maggio ottenemmo un buon pareggio a Pescara, nella domenica in cui la Sampdoria festeggiò il suo unico scudetto, quindi la domenica successiva arrivò la Reggina con un piede e mezzo in C all’Appiani e la città era in fibrillazione: ricordo che arrivai allo stadio due ore prima della partita, e fuori c’era già parecchia gente, con i ragazzi che avevano già cominciato a prendere a scarpate il vecchio portone di ferro della Curva Nord per entrare. Feci in tempo a vedere la squadra, con il completo ufficiale, che andava a tastare il campo prima di andare a cambiarsi in spogliatoio: applausi, giubilo, cori per tutti! Il più freddo sembrava Albertini, che non degnò di uno sguardo la Nord (pensai che era semplicemente concentrato sulla partita, crescendo mi resi conto che forse non gli interessava poi tanto legarsi dal momento che già sapeva che l’anno successivo sarebbe tornato al Milan…), il più esaltato Di Livio che pareva una molla. Mister Collautti era tesissimo, ed al coro “Portaci in Europa!” rispose col pugno alzato e facendo di si col capo. Buon segno. Arrivarono nel frattempo anche i reggini, che a pensarci oggi meritavano solo rispetto per il viaggio intrapreso vista anche la posizione di classifica, ma che vennero accolti nella maniera più classica: a suon di cori contro i terroni! Ecco, all’epoca si era più goliardici, mentre oggi anche i cori di scherno sono sempre quelli: ne ricordo due in particolare, “Teroni, teroni, fora dai cojoni!” e “Ci vuole il passaporto!”, che ancora oggi canto a qualche amico meridionale per scherzo… Ed i “terroni” dell’ex Simonini ci misero sotto, passando in vantaggio per primi. Risolse Albertini con una delle sue punizioni, poi nella ripresa andarono a segno Rosa di testa ed ancora il Giovane Demetrio. Appiani in Festa. E festa grande. Verso la fine di partita, ho il vago ricordo di un ragazzo che entrò nel parterre della Curva Nord gridando che c’erano fuori i vicentini, parecchi uscirono, tentai di uscire anchio più per la curiosità di vedere che per altro ma vidi un paio di celerini accompagnati da un agente in borghese che mi si fecero contro con aria minacciosa convincendomi a desistere e chiusero poi il portone. Non ho mai capito se ci fossero sul serio i vicentini (a far cosa, che nemmeno hanno un’amicizia coi reggini?) o se il ragazzo in questione facesse uso di allucinogeni. Propendo più per la seconda, visto che dopo pochi minuti in molti rientrarono. La giornata si concluse con la squadra sotto la curva, e due cori: “Tutti a Cremona! Andiamo tutti a Cremona!” ed “Un solo grido, un solo allarme, Cremona in fiamme, Cremona in fiamme!”. Uscendo poi dallo stadio capii che la trasferta successiva sarebbe stata un vero e proprio esodo, ascoltando i discorsi della gente. Ma di trasferte fino a quel momento non se ne parlava proprio, nella mia vita.

110Nel frattempo però in città era scoppiata la Padova-mania: me ne resi conto il lunedì, quando presi l’autobus per fingere di andare a scuola e mi vidi l’autista con un sorriso smagliante, una collanona d’oro e la maglietta del Padova “Tutto Pannocarta” adosso. Pensai al gesto di un pazzo (anche abbastanza boaro, visto l’abbigliamento sfoggiato), ma poi mi misi ad ascoltare i discorsi della gente, e tutti che parlavano del Padova che ormai si stava giocando la serie A. Quel lunedì passai qualche ora ai giardini dell’Arena con un compagno di “bruciate”, poi sconvolti da fame chimica ci recammo in un bar per mangiarci un tramezzino, e nessuno poteva fare a meno di notare come i discorsi della gente fossero tutti esclusivamente incentrati sul Padova, e sulla trasferta di Cremona la domenica successiva. Era già un pò che notavo che sempre più gente in giro parlava del Padova, e che sempre più gente si interessava di settimana in settimana. Ma una febbre del genere non l’avevo ancora riscontrata. Quando il giorno dopo vidi la locandina del Mattino davanti l’edicola con scritto “Padova, si prepara l’esodo: in 4.000 a Cremona!” capii che ci dovevo essere anchio… Cominciarono le discussioni con mia madre e soprattutto con mio padre, alla fine riuscii a convincerli mentendo spudoratamente sul mio impegno scolastico relativamente al fatto che forse sarei riuscito a farmi rimandare invece che bocciare, e sul fatto che saremmo andati col Centro di Coordinamento (All’epoca l’AICB si chiamava ancora CCB, Coordinamento Clubs Biancoscudati)… Nella mia balla colossale gli Ultras si muovevano in pullman, il Centro di Coordinamento organizzava due treni speciali; ovviamente era vero l’esatto contrario, ma la mia fortuna è che i miei in materia di calcio e tifo sono completamente ignoranti…

La domenica della trasferta ci presentammo io con altri cinque soci quindicenni in stazione, pronti a partire alla volta della Lombardia. E per noi ragazzini il cui massimo della vita era emigrare da Roncaglia verso Padova Centro il sabato pomeriggio, una trasferta in Lombardia equivaleva ad un viaggio transoceanico nella nostra mente… Ci aspettavamo un esodo, ma non un’orgia vandalica del genere: finestrini rotti, sedili divelti, estintori svuotati e lanciati ad ogni stazione di passaggio. Il teppismo gratuito all’epoca, nelle trasferte di massa, era un classico; e noi che eravamo dei quindicenni con i nostri cazzi da cagare per via della scuola e di tutte le menate di quell’età, non ci facevamo certo pregare! Fu la storica trasferta di “Cremona Invasion” di cui si parla ancora oggi (da non confondere con lo spareggio di Cremona col Cesena, che si disputò tre anni dopo!), con 6.000 padovani che misero letteralmente a ferro e fuoco la città. Il corteo d’andata fu tutto un susseguirsi di auto ribaltate e vetrine mandate in frantumi, poi di fronte allo Zini ci fu un tentativo di carica con la testa del nostro corteo che sbagliò “misteriosamente” strada puntando alla curva di casa. Ci fu un breve scontro da cui le avanguardie cremonesi (e vicentine) si ritirarono in fretta, poi una carica degli sbirri, un paio di fermi, e l’arresto di un personaggio abbastanza noto per aver scavalcato un cancello ed aver tirato una bomba in pieno viso ad un carabiniere che gli era andato a chiedere il biglietto… Mentalità!

Dentro lo stadio sembrava di giocare in casa, anche perchè almeno metà pubblico sarà stato di fede biancoscudata. Anche la partita in campo fu molto maschia e spigolosa: andarono in vantaggio i grigiorossi, poi rimasero in 10 per l’espulsione di Chiorri che aveva mollato pugno a Murelli a gioco fermo. Ci guadagnammo un rigore, che Galderisi sprecò facendosi intuire il tiro da Rampulla. Poi nella ripresa rimanemmo a nostra volta in 10 per l’espulsione di Zanoncelli, ma a un quarto d’ora dalla fine Putelli trovò il pareggio su punizione. Delirio. A fine partita qualcuno dell’una e dell’altra parte tentò anche di entrare in campo, ma fu poca roba sinceramente… A quel punto cominciò però il lungo ritorno a casa, e non fu per niente tranquillo: le migliaia di biancoscudati che dovevano tornare in stazione, si abbandonarono ad un corteo devastatore ben peggiore di quello dell’andata. Negli anni a venire, un volto parecchio noto mi confidò che a quel punto nemmeno i ragazzi di Piazza Cavour riuscivano più a controllare la situazione… Ricordo come fosse ieri gruppi di ragazzi che saltavano sulle auto incautamente parcheggiate, e la gente dalle finestre che piangeva guardando come erano ridotti i loro beni. Un pò li capisco, uno che lavora e paga le tasse non ha fatto niente di male per trovarsi l’auto ridotta ad un ammasso di ferraglia. Io al posto loro, più che piangere verserei pentoloni di olio bollente sul corteo, o mi procurerei una carabina e comincerei a far fuoco (visto che non eravamo certo gli unici che facevano questi tiri…), ma ai tempi non ragionavo così a 360 gradi… Giunti in stazione ci fu anche una carica della celere che ci mandò di corsa sul treno, e ci furono ancora problemi con il freno d’emergenza tirato più e più volte. Quando finalmente riuscimmo a partire da Cremona (alle 20,30 abbondantemente passate) ricominciò la minuziosa opera di devastazione del treno, e ad ogni stazione di passaggio i pezzi di treno venivano lanciati dai finestrini. Fino a che, dopo Vicenza, non si diffuse la voce che il Reparto Celere di Padova in stazione ci stava aspettando a braccia aperte e manganelli sguainati; ed allora alla stazione di Campo di Marte qualcuno tirò il freno a mano e più di mille persone fuggirono per i campi in piena notte, con la polizia alle calcagna. Riuscii ad arrivare a casa solo alle tre del mattino, e non vivendo in un’epoca in cui c’erano cellulari, trovai mia madre sveglia e preoccupata (povera donna, per aver cresciuto un figlio come me bisogna dire che se li porta bene i suoi anni!) ed inventai la scusa che avevamo tardato per un guasto sulla linea ferroviaria… La cazzata durò fino al martedì, quando Il Mattino propose uno splendido servizio sulla nostra trasferta teppistica a Cremona, con tanto di foto di uno scompartimento del treno completamente devastato, e mia madre si rese conto di che cosa era stato in realtà quel “guasto sulla linea ferroviaria”! Presi il mio solito pieno di “carne”, e mi ricordo una frase, come se fosse ieri: “Segnati bene in mente questa trasferta, perchè è l’ultima che fai finchè vivi in questa casa!”.

38Era un bel problema, anche perchè con la fine del campionato si avvicinava la fine dell’anno scolastico e ci sarebbe stata anche la bocciatura da digerire, ma in città la Padova-mania continuava a dilagare. Domenica 9 Giugno 1991 arriva il Barletta all’Appiani, già retrocesso. Siamo quarti a pari punti con l’Ascoli, che gioca in casa contro un pericolante Taranto, e la partita contro i pugliesi in un’Appiani stracolmo sembra poco più di una formalità… L’impossibilità di comprarmi i biglietti in settimana aveva fatto si che mi fossi trovato la domenica senza ticket, e chiedere un anticipo di paghetta ai miei per motivi calcistici dopo Cremona era un suicidio vero e proprio. Così presi la mia bicicletta e mi recai all’Appiani, col solo gusto di vedere la gente che sciamava dentro e con l’idea di mettermi poi a vedere qualche scorcio di campo sulla collinetta del Parco Appiani, dietro la Curva Sud. I miei soci quel giorno non vennero: dopo Cremona due avevano giurato che non avrebbero mai più messo piede allo stadio e mantennero la promessa, altri due erano in punizione causa bocciatura scolastica, e l’unico era il mio socio futuro pedrino che, avendo saputo che non sarei riuscito a venire io, rinunciò anche lui e quel giorno se ne andò dai nonni ascoltando Gildo per radio… A pochi minuti dall’inizio della partita feci il giro posizionandomi sulla collinetta, li conobbi un ragazzo più grande di me, un certo Nicola, uno che poi non ho più visto ne sentito (chissà se si ricorda di me leggendo queste righe magari…) ma con cui feci subito amicizia, e che mi propose di entrare in Curva Sud visto che tifosi del Barletta non  ce n’erano e che suo zio faceva la maschera agli ingressi e ci avrebbe dato una mano… Accettai, e così dopo pochi minuti ci posizionammo senza dare troppo nell’occhio vicino al portone… Un paio di volte il tentativo fallì perchè nei dintorni dello stadio c’erano decine di “portoghesi” che appena vedevano il portone aprirsi accorrevano in massa tentando di entrare. Ad un certo punto una decina di ragazzi capì che noi avevamo il gancio giusto, e cominciò a marcarci stretto. Lo zio-maschera con la scusa di far uscire un collega aprì nuovamente una piccola fessura, ed in una decina ci infilammo dentro. Eravamo intorno al ventesimo, il Barletta vinceva già uno a zero e pochi minuti dopo il nostro ingresso raddoppiò. L’Appiani era semplicemente gelato. Nessuno riusciva a crederci. Ma a pochi minuti dalla fine del primo tempo Galderisi accorciò le distanze, e si andò all’intervallo col pubblico tutto in piedi che gridava alla rimonta. Il resto è storia nota, nella ripresa il Padova riuscì a ribaltare il punteggio, mentre l’Ascoli stava pareggiando in casa col Taranto: prima ancora Galderisi su rigore, poi Benarrivo raccogliendo una corta respinta del portiere su punizione di Albertini… Quando sembrava fatta ci pensò La Notte per il Barletta a pareggiare sfruttando un’ingenuità della difesa. A quel punto cominciò un lungo assedio, col Barletta che non riusciva ad uscire dalla propria tre quarti di campo e la palla che non voleva entrare, fino al 94esimo quando Longhi in diagonale tenne accese le speranze del Padova e mandò in delirio un’intera città! Mentre tornavo a casa, fra i caroselli delle auto imbandierate, mi interrogavo seriamente sul mio futuro: come fare per far digerire ai miei la bocciatura, e per recarmi a Lucca la domenica successiva…

Il primo aiuto venne dal destino: i quadri scolastici sarebbero stati esposti solo da lunedì 17 giugno, quindi l’incazzatura in famiglia sarebbe arrivata solo dopo la fine del campionato! Certo, sarebbe stato un grosso problema in caso di spareggio, ma almeno in vista di Lucca era una grana in meno… rimaneva un’altra questione bella grossa in piedi, ovvero far “dimenticare” Cremona ai miei, l’”ultima trasferta della mia vita” secondo mia madre: li in aiuto mi venne il mio allenatore di calcio dell’epoca, che gestiva un pub in zona Madonna Pellegrina. Quella settimana organizzammo la classica “pizza di fine campionato” con i compagni di squadra di calcio proprio nel suo locale, e mi comunicò che stava organizzando un pullman per Lucca con gli avventori del suo pub… Mi sentii nella condizione di uno che stava per annegare e che vede di fronte a se un appiglio: gli parlai spiegandogli la mia situazione sia personale a casa che scolastica, gli dissi che avevo bisogno del suo aiuto per interloquire con i miei e del fatto che lui era grande amico di mio padre, che ci tenevo una cifra a quella trasferta. Il mio mister, che era un tipo piuttosto in gamba e di idee aperte, accettò di convincere mio padre; e così fece, incontrandolo “casualmente” un pomeriggio in bar e parlandogli del viaggio che aveva organizzato, del fatto che si occupava lui dell’organizzazione e che non eravamo in un treno speciale con una banda di scalmanati ma in un pullman di persone adulte e responsabili… Riuscì miracolosamente a convincerlo, e così cominciò la trasferta di Lucca, il 16 Giugno 1991. Ventitre anni fa giusti giusti.

Su quanto i componenti del pullman fossero realmente persone “adulte e responsabili” ne potremmo discutere per ore: c’erano dei personaggi veramente inquietanti, che anni dopo avrei conosciuto in curva, e qualcuno con evidenti problemi di alcool (ma quella è una cosa diffusa in Veneto). C’erano pochi ragazzi giovani: io, il mio socio futuro pedrino, il figlio del mister che oggi è nientepopodimeno che il sindaco del mio paese, ed un suo socio… Ad ogni modo la compagnia era divertente e simpatica, ben lontana dall’orgia teppistica di Cremona, ma nemmeno era una compagnia di mangiaparticole! In autogrill ci rendemmo conto che saremmo stati ben più dei 1.500 biglietti di curva assegnati dalla Lucchese. E così fu anche a Lucca, dove parcheggiammo in una piazza per poi giungere allo stadio a piedi: sembrava una succursale del Centro di Padova! Una folta schiera di pullman, auto, furgoni, ecc. tutti da Padova e quasi tutti sprovvisti di biglietto. In quegli anni non c’era l’obbligo di recarsi in trasferta col biglietto, al venerdì sera era arrivato l’ok da parte della Prefettura di Lucca per concedere anche l’intera gradinata ai tifosi padovani (spostando gli abbonati della Lucchese in tribuna) ed al sabato si era messa in moto l’intera macchina organizzativa.  Quasi quasi si andava meglio di adesso, dal momento che le immense burocrazie imposte dal governo per l’acquisto di biglietti hanno avuto il solo effetto di svuotare gli stadi dai tifosi… La vera infamata la fece l’U.S.Lucchese, che mise il prezzo dei biglietti di gradinata a 35.000 lire! L’avessero fatto con i ragazzi della curva, si sarebbero trovati una guerriglia urbana davanti lo stadio e la gente avrebbe sfondato i cancelli per entrare; ma quel giorno in gradinata c’erano solo vecchi tifosi storici, e semplici club… Tutti pagarono le 35.000 lire, io me le dovetti far anticipare dal mister visto che non ci arrivavo coi soldi (non glieli ho nemmeno mai restituiti ora che ci penso…). Altri padovani ancora andarono a mettersi in Tribuna: considerato che lo stadio conteneva meno di 10.000 spettatori, e che i tifosi di casa occupavano la sola Curva Ovest e si e no mezza tribuna, ad occhio e croce penso che in quella trasferta fossero presenti non meno di 6-7.000 tifosi padovani!

11Dalla Gradinata mi guardavo la curva cantare, e mi piangeva il cuore a non poter essere li con loro, anche se per le condizioni in cui versavo all’epoca l’importante per me era ESSERCI in qualsiasi maniera. La partita sappiamo tutti come andò a finire: quel giorno vidi molti biancoscudati sottotono, e la cosa non sfuggì a molti tifosi più attempati, che parlarono di “situazione già decisa”. Il primo che vidi sottotono fu Bistazzoni, ma quella non era una novità dal momento che quasi ogni domenica regalava “perle” degne di un portiere della Primavera: alla prima azione uscì colpendo Ottoni, facendosi sfuggire il pallone che finì sui piedi di Paci (che non perdonava mai) e mandando in ospedale il Capitano. Qualcosa di fantastico, mi sarei fidato di più di me stesso in porta che non di lui! Altri due che vedevo parecchio sottotono erano Albertini e Benarrivo, ed il Mister mi confermò che avevano già la testa a Milano ed a Parma (dove sarebbero poi effettivamente andati a finire). Chi invece continuava a lottare come un leone era Galderisi: a metà primo tempo si procurò un rigore che l’arbitro Longhi di Roma prima assegnò, poi su segnalazione del guardalinee trasformò in punizione per la Lucchese; quindi andò a segnare il gol del pareggio con una gran botta da fuori area. Nel frattempo l’Ascoli stava perdendo 2-0 a Reggio Emilia, e questo per il Padova significava serie A diretta! Nella ripresa i biancoscudati inspiegabilmente si sedettero sul pari, mentre l’Ascoli rimontava a Reggio Emilia portandosi sul 2-2. A cinque minuti dalla fine la Reggiana andò in vantaggio, ed il Porta Elisa biancoscudato esplose (non c’erano cellulari, si andava via di radiolina e di… passaparola!); ma un minuto più tardi De Vecchi, difensore reggiano ed ex-Ascoli, regalò il rigore del pareggio ai bianconeri marchigiani. Cominciai a questo punto a pensare allo spareggio, che probabilmente si sarebbe disputato a Bologna, ed a come riuscire ad andare, a convincere i miei genitori dopo la bocciatura a scuola… Il Mister mi avrebbe aiutato, ma qui diventava dura anche per lui… Ci pensò Simonetta all’ultimo minuto a dissipare i miei dubbi, con un gol in semirovesciata che gelò il Porta Elisa Biancoscudato e ridiede fiato ai lucchesi che cominciarono a cantarci “Serie B! Serie B!”. Li cominciò la tensione, con molti tifosi biancoscudati dalla gradinata che si recarono verso la Curva Ovest lanciando di tutto. Uno dei componenti del nostro pullman, uno “inquietante” con i capelli lunghi, lanciò pure una bottiglia di Jack Daniel’s semivuota, il Mister urlò: “Ma sito mato!?! E se te ciapi in testa un puteo???”. Cazzi del bambino, pensavo io. Questi bastardi ci stanno sfottendo per una vittoria che a loro non serve a nulla, meriterebbero una lezione. Una città rasa al suolo, come Cremona. Cominciò a scendermi qualche lacrima di rabbia, fu la prima ed ultima volta che piansi per una sconfitta del Padova: da li cominciai a realizzare che per le sconfitte non si deve piangere ma ci si deve incazzare! Usciti dallo stadio ci fu ancora parecchia tensione, con i lucchesi che ci sfottevano e più di qualcuno tentò di farsi giustizia sommaria. Si parla di tifosi tranquilli, giunti coi pullman dei Club. I ragazzi giunti in treno so che fecero i loro bei danni, niente di paragonabile cmq a quanto successo a Cremona.

Come già detto fu una mazzata non da poco: il giorno dopo dovetti affrontare anche l’ira dei miei per la bocciatura, ma ebbi il tempo di vedere i gol e le azioni della giornata su “A tutta B”, e mi accorsi di come i tre gol dell’Ascoli alla Reggiana furono tutti e tre regalati; e che addirittura la loro partita fosse cominciata qualche minuto in anticipo, perchè i giocatori bianconeri al triplice fischio rimasero tutti in campo per aspettare il finale di Lucca. Proprio un campionato regolare, non c’è che dire! Sospetti ce ne furono, e parecchi, anche sul Padova: un giorno sentii con le mie orecchie un giocatore biancoscudato che nel rispondere in maniera articolata all’ennesimo tifoso che gli chiedeva del perchè del crollo improvviso di Lucca, si lasciò sfuggire un “Non ci possiamo andare in A ancora, non c’è lo stadio…”. Quelle parole, nel corso degli anni, mi fecero capire quanto la classe politica padovana avesse avuto un peso negli eventi… In A ci andammo, casualmente, quando fu pronto quella merda schifosa dell’Euganeo! “Lorsignori” dovevano prima avere la certezza di poterci mangiare adeguatamente, poi si poteva salire; e dubito che alla società di allora interessasse fare la guerra alla giunta DC…

Lucca 1991Tornando a noi, ho sempre avuto il dubbio di come sarebbe stato per noi andare in serie A nel 1991, dell’entusiasmo che si sarebbe creato, di come avrebbero reagito la piazza e la squadra: sono dell’idea che, con un minimo di rinforzi, in serie A ci saremmo anche potuti rimanere, e che forse quella promozione avrebbe cambiato il corso delle cose. Un entusiasmo del genere a Padova l’ho visto solo vent’anni dopo, nel periodo dei playoff con Dal Canto ed El Shaarawy. Credo che all’epoca, la serie A avrebbe portato tutta la città a stringersi attorno ai biancoscudati. Sono treni che passano una volta ogni tanto, noi l’abbiamo perso, e quando andammo veramente in serie A tre anni più tardi erano ormai cambiate le cose… Come minimo, ci perdemmo una stagione caratterizzata da esodi di massa e da cazzi da cagare per chiunque ci avesse presi sottogamba. Ma con i se e con i ma si fa poca strada…

Mi accorsi anche di quanti gufi ci fossero in questa città, quando un paio di giorni dopo, in piena delusione post-Lucca, mi sentii dire da un ragazzo della nostra compagnia che avevamo trascinato allo stadio prima ed a Cremona poi, che “El Padova ze na gran squadra del casso! Gò proprio caro che i gabia perso!”. Finì ovviamente a schiaffoni, e l’amicizia si raffreddò del tutto…

Nel 2010 a Novara, al fischio finale, buttai casualmente l’occhio su tre bambini. Non avevano più di 10 anni, tutti e tre avevano la loro bella magliettina ufficiale del Calcio Padova addosso, tutti e tre avevano il volto solcato dalle lacrime e tutti e tre alzavano orgogliosamente la loro sciarpa cantando “Ma quando torno a Padova!”. In quel momento mi rividi molto in loro, rividi me stesso bambino, triste ma orgoglioso della mia città e dei miei colori. Qualcosa che non mi ha più abbandonato…

Ah, Lucca la odio ancora oggi come città. Anche se l’astio col tempo è scemato per quella partita. Ma non per la tifoseria…

Lucca 9091

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