29 maggio 1994: I nostri cuori per sempre in questi spalti

GrazieAppianiOggi la quasi totalità dei tifosi biancoscudati rimpiange il vecchio stadio Appiani. Cosa assolutamente normale per chi vive quotidianamente sulla propria pelle i disagi comportati da quell’autentica cattedrale del nulla che è l’Euganeo. Tuttavia l’Appiani nei primi anni ’90 veniva vissuto (o meglio, venne fatto passare) come un problema da gran parte della tifoseria e dell’ambiente legato al Calcio Padova 1910. E senza nasconderci dietro un dito, vale la pena fare una full-immersion in quegli anni, giusto per capire (e possibilmente, non ripetere) gli errori.

Il 16 giugno 1991 il Padova perse la serie A a Lucca, grazie ad un gol di Simonetta siglato all’ultimo minuto dell’ultima giornata. Fu una grande delusione per l’intero popolo biancoscudato: mai avevo visto infatti, e mai più vidi in seguito, l’intera città identificarsi così tanto nel Calcio Padova come in quell’estate 1991. E da più parti si dice (ed io ne sono particolarmente convinto) che nel 1991 fu persa la più grande occasione per fare il vero “salto di qualità”: avremmo lasciato sicuramente un segno pesante, sia come squadra che come tifoseria. Ma così non andò, e si cominciò a mugugnare (difetto tipicamente padovano) che forse “non eravamo pronti per la serie A”… Perché non eravamo pronti? Un giorno, in un’occasione diciamo così “privata”, sentii con le mie orecchie un giocatore molto noto dell’epoca che, nel rispondere in maniera piuttosto articolata ad un tifoso che gli chiedeva delucidazioni sul motivo per cui il Padova fosse sceso in campo “con le gambe molli” a Lucca (cosa che avevo notato anch’io, ma che avevo attribuito alla stanchezza causata dalla lunga rimonta in classifica dei mesi precedenti), si lasciò sfuggire una frase sibillina: “Non ci possiamo andare in A ancora, non c’è lo stadio…”. Parole che tutt’oggi mi risuonano in mente, a più di 20 anni di distanza.

Li per li pensai ad una frase detta tanto per dire, invece quasi contemporaneamente cominciò a diffondersi fra la tifoseria la “voce” (molto ben alimentata dai politici e dalla stampa) che la costruzione del nuovo stadio a Padova Ovest fosse la “conditio sine qua non” per salire nella massima serie. Tutto era pronto: società, squadra, pubblico, città… mancava lo stadio! Ed ai tempi la gente era molto meno informata di oggi e molto più ingenua: cominciarono sempre più le pressioni perché venisse ultimato il nuovo stadio, che ancora non si chiamava Euganeo e la cui prima pietra era stata posata addirittura nel dicembre 1989, prima che l’esplosione di Tangentopoli portasse sul banco degli imputati una buona fetta della classe politica ed imprenditoriale della nostra città e ne causasse inevitabilmente il sequestro del cantiere da parte della magistratura… La tifoseria chiedeva a gran voce che i lavori si sbloccassero: richiesta legittima, c’era il futuro del Calcio Padova di mezzo, ed anche una qualche bella miliardata di soldi pubblici già investiti! Fu così che fra il 1991 ed il 1993 l’Appiani divenne un problema sempre più grosso: situato in centro, con tutti i problemi di traffico che ne derivavano, in mezzo ad un quartiere con ovvie conseguenze per l’ordine pubblico, vecchio e cadente con tutto ciò che ne derivava per la sicurezza e l’incolumità degli spettatori, e con le gradinate troppo vicine al campo per cui pioveva di tutto sul terreno di gioco e la società era sempre costretta a pagare multe… Vi fa ridere quest’ultima motivazione? Certo che fa ridere, perché in quegli anni in Inghilterra costruivano gli stadi attuali (chi c’è stato sa di che strutture parlo), ed oggi nel resto d’Europa si va nella direzione di avvicinare sempre più il pubblico al campo per “creare l’atmosfera giusta”; invece in Italia negli anni precedenti Italia ’90 ed anche subito dopo si parlava di “stadi polifunzionali” e di piste d’atletica che erano un ottimo deterrente anche per la sicurezza! E si colpevolizzavano gli stadi come l’Appiani, colpevoli di avere le gradinate “troppo vicine” al terreno di gioco! Insomma, ci coglionavano, e lo fanno anche oggi quando ci dicono che la pista d’atletica (utilizzata una volta all’anno, si e no) è “necessaria” per la città di Padova!

In tutto questo però la tifoseria non aveva la sfera di cristallo per prevedere cosa sarebbe successo nel futuro prossimo, e si limitava al concreto: l’Appiani è superato? lo stadio nuovo è necessario per salire in A? Non possiamo avere un futuro senza il nuovo stadio? Costruite questo benedetto stadio nuovo e finiamola qua! E così a turno prima la Curva Nord e subito dopo il Centro di Coordinamento iniziarono a rumoreggiare sullo stadio: le prime avvisaglie ci furono nel giugno 1992, quando i lavori per il cantiere per la costruzione di quello che sarebbe stato l’Euganeo era ancora posto sotto sequestro per Tangentopoli, e nella partita contro il Piacenza (penultima di campionato) in Curva Nord venne esposto lo striscione “Tanti anni di attesa per uno stadio di merda!”. Lo stadio infatti era stato inizialmente progettato sul modello di Marassi, poi però si era parlato della necessità di avere la pista d’atletica per sbloccare i fondi previsti dal Coni, che finanziava in prima persona la costruzione di nuovi stadi “polifunzionali” (e se guardate gli stadi costruiti in quel periodo, dal San Nicola al Delle Alpi, vi accorgerete di che belle merdate hanno fatto!) e quindi sul progetto iniziale era stata inserita la pista d’atletica. Uno stadio di merda, appunto. Ma senza quello stadio non c’era futuro.

La stessa estate in occasione dell’amichevole contro il Milan, si levarono diversi cori a favore dello stadio nuovo, e l’augurio a Verrecchia (Assessore della Giunta Democristiana ai tempi indagato per le tangenti sugli appalti del nuovo stadio) di “crepare in galera!”. Nell’ottobre 1992 contro il Bologna, a seguito dei ritardi sempre crescenti sull’apertura del cantiere e dei nuovi problemi che nascevano giorno dopo giorno, dalla Nord arrivò chiaro il messaggio sotto forma di striscione: “Fateci lo stadio o scateniamo una guerra!”. Striscione che venne sottolineato dall’intero pubblico dell’Appiani con applausi scroscianti. Insomma lo stadio era percepito come il primo problema della tifoseria, e la società stessa si diceva “preoccupata” per la piega che avevano preso le cose.

Nella stessa stagione contro il Piacenza (marzo 1993) venne organizzato una sorta di “Nuovo Stadio-day”: quasi 5.000 firme raccolte dal Centro di Coordinamento fuori dall’Appiani, a cui seguì una coreografia che partì dai Distinti, con delle sagome di cartone  a comporre la scritta “Stadio Nuovo Subito”. In Curva Nord, striscione “Squadra e tifo giocondo per uno stadio da terzo mondo!”, accompagnato dal coro “Ci avete rotto i coglioni, ve lo diciamo di nuovo, vogliam lo stadio nuovo, vogliam lo stadio nuovo!”. Il giorno dopo grandi effetti, titoloni sui giornali, servizi televisivi e via discorrendo. E finalmente qualcosa iniziò a muoversi anche a livello istituzionale…

I lavori ripresero, nel frattempo il Padova perse nuovamente la serie A nel 1993, ed all’inizio del campionato 1993/94 una nuova mazzata: la capienza della Curva Nord venne ridotta a soli mille posti (calcolate che nelle partite di cartello capitava pure di essere in 3.000 sopra quelle assi di legno…), ed il tifo ultras si “divise”. Solo fisicamente, almeno a livello ufficiale non è mai esistita una vera e propria “spaccatura negli intenti”, anche se questo fatto contribuì inizialmente a scavare un solco fra le varie anime della tifoseria: successe infatti che se tutto il gruppo di Piazza Cavour con tutto il seguito di giovani dell’epoca si spostò in Gradinata, sopra l’ingresso del pubblico (lo potete osservare nella foto che metto qui sotto, Padova-Roma di Coppa Italia, con la Gradinata stracolma), l’ala “anziana” della Nord, rappresentata in gran parte da coloro che avevano fatto parte dei primi ultras del Ghetto e che ancora frequentavano lo stadio, rimase in Curva. Se vogliamo questa “spalmatura” rese l’ambiente ancora più caldo, perché si finì a coinvolgere nei cori l’intero stadio o quasi, ma stava venendo meno la compattezza del condividere il settore fianco a fianco. In compenso ogni tanto nascevano anche battibecchi fra le due “anime”.

62Il 1993/94 fu un’annata particolarmente turbolenta, piccoli e grandi incidenti si verificarono quasi in ogni partita, ed il culmine venne raggiunto il 26 marzo in occasione del derby contro il Vicenza, che segnò l’epurazione degli HAG (clicca qui). Chiaramente anche questo fatto venne preso a pretesto per dimostrare come l’Appiani non rispettasse i minimi standard di sicurezza, e quanto urgente fosse la costruzione del nuovo stadio in cui “i responsabili dei disordini del derby col Vicenza non dovranno mai più mettere piede!” (citazione dell’epoca, vediamo se qualche lettore si ricorda chi fu…).

Insomma, un passo dopo l’altro, si arrivò anche al commiato con l’Appiani: domenica 29 maggio 1994. Padova-Palermo, penultima di campionato. I rosanero erano in lotta per la salvezza, noi eravamo in piena bagarre promozione: all’epoca salivano in serie A le prime quattro squadre, senza playoff, ed a due giornate dalla fine ci trovavamo al quarto posto in classifica a pari punti col Cesena, quel giorno impegnato in casa contro il Cosenza che non aveva più nulla da chiedere al campionato. All’Appiani sarebbero stati di scena i gemellati rosanero, la città si preparava ad accoglierli come si conviene con degli ospiti graditi; e questo, insieme alla lotta per la serie A, era uno degli argomenti che animava maggiormente l’ambiente biancoscudato… Il commiato dall’Appiani rischiò quasi di passare in secondo piano, o meglio venne vissuto come un distacco “doloroso ma inevitabile”. Furio Stella uscì sul Mattino con un’articolo dei suoi, un’intervista immaginaria in cui a parlare era proprio lo stadio. La Curva Nord, o meglio lo spicchio di Gradinata in cui si posizionava il gruppo di Piazza Cavour, espose lo striscione “I nostri cuori per sempre in questi spalti”. Ma il resto della tifoseria aveva la testa altrove, io per primo: stavo concludendo una stagione intensa ed infernale, mi preparavo a cambiare scuola e mi interrogavo (ma nemmeno più di tanto) sul mio futuro di quasi diciottenne. E volevo chiudere con la promozione in serie A, almeno una gioia. Non mi interrogavo su come sarebbe stato l’impatto col nuovo stadio. E non si interrogava quasi nessuno, tutti presi in un’immensa mangiata e bevuta al Parco Appiani (dove oggi d’estate fanno i Bastioni) con i fratelli palermitani, così come eravamo tutti presi nel post-partita a fantasticare sulla classifica. La partita sul campo finì 0-0, tipica partita di fine stagione fra due squadre che non vogliono farsi troppo male. Oggi un pareggio del genere farebbe scandalo, in realtà sono situazioni che sono sempre esistite da quando esiste il calcio: serve un punto ad entrambi, tu non fai male a me io non faccio male a te. Le buone notizie arrivarono da Cesena, dove il Cosenza sbancò il Manuzzi: a novanta minuti dalla fine i biancoscudati erano virtualmente in serie A con un punto di vantaggio sui bianconeri romagnoli. La beffa arrivò sette giorni più tardi: pareggio del Padova a Bari, vittoria insperata del Cesena a Firenze. Me l’aspettavo. Il 15 giugno, due settimane dopo, la serie A sarebbe arrivata sul serio nello spareggio di Cremona vinto per 2-1, ma questa è un’altra storia.

Quello che successe dopo fu che mi resi conto per la prima volta di cosa era realmente lo stadio nuovo quando ci misi piede per la prima volta in occasione di una partita: era il 18 giugno, e si festeggiava la serie A con un’amichevole fra il Padova 1993/94 e le Vecchie Glorie Biancoscudate. C’erano proprio tutti, perfino gente che non avevo mai visto allo stadio prima di allora, perfino gente che ti derideva quando sapeva che tifavi il Padova. Perfino Rosy Bindi, invitata da Zanonato, che non centrava veramente un cazzo e dava un tocco di bruttezza in più a quello stadio. Entrai in Tribuna Ovest, e di fronte a me vidi due tribune immense, anche troppo grandi; ed una piccolissima Curva Nord, stretta e lunga, lontana dal campo, che nelle intenzioni iniziali doveva raccogliere coloro che avrebbero raccolto l’eredità degli HAG. Ed i pochi ragazzi che quel giorno erano in Curva Nord, fecero capire chiaramente che non avrebbero accettato questa situazione: vennero esposti almeno quattro-cinque striscioni contro questo scempio, di cui ne ricordo solo uno: “Stadio senza curva=stadio senza tifo”. Il messaggio arrivò forte e chiaro a chi di dovere, tanto che con il nuovo campionato di serie A venne inaugurato il nuovo settore “Curva Sud”, che di curva non aveva niente ma era semplicemente un settore a due piani ricavato dalla Tribuna Est: oggi la parte sotto di tale settore è la Tribuna Fattori, mentre quella sopra è chiusa, ma all’epoca vi trovava posto lo zoccolo duro degli ultras.

Ancora meglio me ne resi conto in occasione delle prime partite ufficiali della stagione 1994/95: Padova-Inter di Coppa Italia con mezza città bloccata dal traffico, arrivo in ritardo, pioggia battente con acqua che entrava dalle fessure dell’anello superiore, illuminazione inesistente in una zona di aperta campagna, partita che sembrava si giocasse in un’altra nazione, tale era la distanza per noi che eravamo abituati all’Appiani. E Nicola Berti che al gol portò addirittura l’indice alla bocca facendo segno alla Curva di fare silenzio: non si sarebbe mai permesso un gesto simile all’Appiani, se ci teneva a continuare la carriera! E non è finita: Padova-Parma, prima di campionato. Insieme agli amici avevamo sottoscritto l’abbonamento in ritardo, dopo le vacanze a Lignano, con i soldi che eravamo riusciti ad avanzare. Non costava mica poco l’abbonamento quell’anno, ed i singoli biglietti in alcune partite arrivavano addirittura a 40.000 lire, come se oggi un biglietto di Fattori per un’ipotetico Padova-Milan costasse 40 €. Uno scandalo per uno stadio del genere! Come se non bastasse, non trovammo più posto nel settore superiore (esaurito in sede di campagna abbonamenti) e ci accomodammo quindi nel piano inferiore, l’attuale Fattori, convinti che sarebbe stata una bolgia. In realtà quel settore era pieno di occasionali e modaioli richiamati dalla serie A, che non avevano nessuna intenzione di tifare che se ne stavano seduti sui seggiolini lamentandosi con le forze dell’ordine se qualcuno “disturbava” o si alzava in piedi. Ma non era tutto: i nuovi seggiolini si sbriciolavano se solo gli passavi vicino, ed il parcheggio era stato asfaltato con un’autentico colpo di genio solo la domenica mattina della partita. Con il sole di fine agosto, c’erano macchine che sprofondavano nell’asfalto ancora fresco di quasi mezzo metro. Il tutto per la modica cifra di mille lire per un parcheggio nemmeno custodito!

Col tempo insieme ad altri ragazzi, quasi tutti coetanei e con una certa voglia di tifare, ci organizzammo per creare una sorta di “gruppo” che seguisse i cori anche al piano inferiore. Le lamentele si sprecavano, ma ogni domenica sempre più giovani si aggregavano, fino ad arrivare alle ultime partite della stagione 1994/95 quando l’intero piano inferiore della Curva Sud seguiva la partita in piedi e seguiva i cori che partivano da sopra. Ma i problemi derivanti dall’Euganeo non si sono mai risolti…

Col tempo tutti ci siamo resi conto di cosa è significato abbandonare l’Appiani. Ed i risultati si sono anche visti, in termini di disaffezione generale. D’altro canto, il Tempio (lo chiamo così perché è un vero e proprio “Tempio del tifo biancoscudato”) è stato abbandonato a se stesso, tanto che prima Giustina Destro e poi Zanonato avevano pensato di abbatterlo per costruirci un parcheggio. Fortunatamente la cosa non è andata in porto, grazie alla mobilitazione della tifoseria e di un Consigliere Comunale dell’Italia dei Valori, Michele Toniato, che si è messo in prima persona (nell’indifferenza generale del Consiglio e di Zanonato in primis) a cercare sponsor per ristrutturare l’impianto di Via Carducci. Nell’estate 2012 il Padova ha giocato nel Tempio un’amichevole precampionato, ed i tifosi biancoscudati hanno gremito gli spalti quasi come ai bei tempi: un chiaro segnale di cosa ancora oggi rappresenta l’Appiani per la città e la tifoseria biancoscudata, generazioni intere di tifosi a cantare sugli spalti, tifosi anche molto giovani che hanno capito che Padova e l’Appiani sono un binomio inscindibile. E di recente è arrivata la risposta positiva anche della Soprintendenza delle Belle Arti, che ha dato il via libera per i lavori di ristrutturazione dell’impianto di Via Carducci. A breve l’Appiani sarà nuovamente ciò che deve essere: un museo a cielo aperto, in cui è riportata la storia del Calcio Padova e dei suoi tifosi!

Tuttavia lo stadio qui a Padova continua a rappresentare un grosso problema: se l’Appiani è salvo, l’Euganeo (l’attuale stadio del Padova) è sempre la solita inutile cattedrale nel deserto. Un problema di cui bisognerà farsi carico, per forza di cose: in un mondo calcistico che va nella direzione di avvicinare i tifosi al campo, uno stadio come l’Euganeo è assolutamente fuori luogo. Oltre alla scomodità ed alla struttura obsoleta che tengono lontani migliaia di potenziali tifosi. Bisogna capire che, finché giocherà all’Euganeo, il Padova non avrà mai un futuro calcistico degno di tale nome! E tutti noi tifosi biancoscudati dobbiamo rendercene conto, perché il rischio concreto è che in questo stadio il calcio nella nostra città finisca per scomparire!

 

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