Riposa in pace, Vujadin!

Boskov_SampdoriaQuesta volta non parleremo direttamente del Padova, ma vogliamo dedicare un pensiero ad un gran personaggio del mondo del calcio, che ci ha lasciato ieri. Il suo nome era Vujadin Boskov. Nato in Serbia nel 1931, quando ancora era la Repubblica Federale di Yugoslavia, Boskov con la nazionale della Yugoslavia aveva disputato due mondiali e un’olimpiade: quella di Helsinky nel 1952, dove aveva conquistato la medaglia d’argento. All’età di 30 anni (prima la Federcalcio Yugoslava vietava i trasferimenti di calciatori all’infuori dei suoi confini) era stato acquistato dalla Sampdoria, proprio la società di cui avrebbe fatto la fortuna da allenatore. In maglia blucerchiata però aveva giocato poco a causa di problemi fisici, che lo avrebbero successivamente portato a chiudere la carriera da giocatore con la maglia dello Young Boys di Berna, società con cui avrebbe cominciato anche la carriera di allenatore. Era il 1962, e forse il serbo fu il primo giocatore-allenatore della storia, inteso proprio come colui che gioca e contemporaneamente allena la squadra per cui gioca…

Successivamente aveva seguito la sua vocazione di giramondo: Yugoslavia, Olanda e Spagna; fino ad approdare in Italia sulla panchina dell’Ascoli. Erano i fantastici anni ’80, quando il calcio italiano era ai vertici. Forse era già sporco, ma era decisamente più credibile, e soprattutto formato da uomini e non da pupazzi. Ed era l’Ascoli di Costantino Rozzi, uno che magari proprio pulito non era (ne sanno qualcosa i tifosi padovani, visto il modo alquanto strano con cui l’Ascoli salì in serie A nel 1991 al posto dei biancoscudati…) ma che era appunto un uomo e non un pupazzo come i vari Lotito o De Laurentiis che si vedono oggi.

Boskov ad Ascoli durò poco, venendo esonerato a stagione in corso. A fine anno la squadra bianconera retrocesse in serie B. Ma per l’allenatore serbo si stavano spalancando le porte del grande calcio: nell’estate 1986 arrivò infatti la chiamata di Paolo Mantovani, allora presidente della Sampdoria. Serviva un uomo d’esperienza per guidare i suoi ragazzi, talentuosi ma un po’ ribelli. E Boskov poteva essere la persona giusta: per l’esperienza, certo (aveva allenato e vinto in diversi paesi europei, e raggiunto la finale di Coppa dei Campioni con il Real Madrid) ma anche per la caratura umana e per quel suo carattere bonario (inusuale nei Balcani, per la verità) sempre pronto allo scherzo e con la sua sottile ironia.

Era la Sampdoria di Vialli e di Mancini, che si preparava a diventare grande. Boskov fece carte false per convincere Mantovani a trattenere i due gioielli blucerchiati, anche perché proprio in quell’estate del 1986 arrivò come un tornado Berlusconi che offrì 20 miliardi per Vialli (non erano uno scherzo) allora ventenne. Ed alla fine il serbo la spuntò. Quella prima stagione blucerchiata si concluse con la delusione di Torino, quando la Samp perse lo spareggio per l’accesso alla Coppa Uefa contro il Milan, rimanendo fuori dalle competizioni europee. Ma si stavano gettando le basi per un grande futuro.

L’anno successivo (1987/88) arrivò il quarto posto in campionato, ma soprattutto la prima importante vittoria: la Coppa Italia, conquistata in finale contro il Torino, imponendosi per 2-0 a Genova e trovando lo spunto vincente nei tempi supplementari a Torino con il piccolo Fausto Salsano, dopo che due autoreti avevano pareggiato i conti per i granata. E così la Samp tornò finalmente a girare l’Europa, dopo tanti sacrifici per trattenere i suoi campioncini.

il 1988/89 fu una stagione esaltante: i blucerchiati chiusero al quinto posto il campionato dopo un vistoso calo nel finale di una stagione che li vide impegnati su tre fronti. In Coppa Italia bissarono il successo dell’anno precedente, superando il Napoli nel doppio confronto (0-1 a Napoli, 4-0 a Genova). Ed in Europa, arrivò la prima finale nella storia della squadra genovese: sul neutro di Cremona (Marassi era inagibile per via dei lavori in vista di Italia ’90) Vialli & Co. costruirono la propria fortuna, superando nell’ordine Norrkoping (2-0 dopo aver perso in Svezia per 1-2), Carl Zeiss Jena (3-1 dopo aver pareggiato 1-1 nella DDR), Dinamo Bucarest (1-1 in Romania, 0-0 a Cremona) e Malines (vittoria per 3-0 a ribaltare la sconfitta per 1-2 in Belgio); ed arrivando a giocarsi la Coppa delle Coppe (la competizione un tempo riservata alle squadre vincenti della Coppa Nazionale… quante cose sono cambiate nel calcio!) a Berna contro il Barcellona, accompagnati da 18.000 tifosi. Andò male, vinsero i blaugrana per 2-0, l’inizio della maledizione…

Ma l’anno successivo arrivò l’immediato riscatto, ancora in Coppa delle Coppe: dopo aver superato in ordine i norvegesi del Brann Bergen, i tedeschi del Borussia Dortmund, gli svizzeri del Grasshopers ed i francesi del Monaco, la truppa di Boskov andò a conquistare la coppa in Svezia, a Goteborg, nella finale contro l’Anderlecht. 2-0, doppietta di Vialli nei tempi supplementari, dopo che i novanta minuti si erano chiusi a reti inviolate e si temeva di rivivere la beffa di Berna. Ma i ragazzacci di Boskov ormai erano cresciuti, ed erano pronti per conquistare il titolo più ambito, quello a cui Paolo Mantovani puntava ed a cui teneva maggiormente: il tricolore.

E tricolore fu, l’anno dopo i mondiali, 1990/91. Era la Samp di Pagliuca, di Mannini, di Vierchowod, di Pari, di Cerezo, di Dossena e del serbo Katanec. E sempre di Vialli e Mancini, i gemelli del gol, ormai non più ragazzini, eppure eterni incompiuti, protagonisti di un mondiale sottotono ad Italia ’90, prontamente riscattato dalla vittoria del campionato l’anno successivo. Domenica 19 maggio la Sampdoria supera per 3-0 il Lecce a Marassi, ottenendo la certezza matematica del titolo. E’ un momento storico, qualcosa che non si ripeterà mai più. “E’ l’ultimo scudetto “pulito” del calcio italiano, prima che Milan e Juventus inizino a spartirsi tutto”, come lo definirà Roberto Mancini qualche anno più tardi. E’ soprattutto lo scudetto di Vujadin Boskov, quel serbo zitto zitto, un po’ burbero, ironico e furbetto, che ha saputo costruire una squadra spettacolare e vincente.

Il giorno dopo la conquista del tricolore, Vialli Cerezo e Bonetti si presenteranno al campo d’allenamento con questi bellissimi capelli ossigenati. Erano anni in cui nel mondo del calcio non si vedevano ancora i tatuaggi ed i look stravaganti di oggi, quindi la cosa fece un po’ di discutere. Gente come Agroppi, che non sapeva allenare, era riuscito addirittura a costruirsi un’aurea da esperto di calcio (!!!) moralizzando in televisione sui calciatori che all’epoca portavano i capelli più lunghi della norma (su tutti Lentini). In realtà nel caso della Sampdoria, si trattava di un “voto”, una sorta di scommessa fatta dai tre in caso di vittoria del campionato. Scommessa che Boskov liquidò a modo suo: “Ogni periodo ha sua moda, adesso è periodo di capelli gialli!”. 

Per la verità non fu nemmeno una delle battute più famose del buon Vujadin, che entrò ben presto nel cuore di tutti i tifosi e gli appassionati per la sua ironia, spesso tagliente, ma mai volgare. Forse perché in quell’ironia incarnava maggiormente la sua “anima italiana”, un po’ furbetta, molto diverso dal ruvido carattere del popolo serbo. Oggi tutti ricordano Boskov per la sua frase più celebre a proposito di un rigore dubbio fischiato contro la sua squadra: “Rigore è quando arbitro fischia!”, liquidò il tecnico, che non amava troppo le polemiche. Ma anche per il metro di paragone utilizzato per l’asso olandese Ruud Gullit, che quando arrivò alla Sampdoria era “come cervo che esce di foresta”, e che quando ritornò al Milan diventò “cervo che ritorna in foresta”. A me però fece ridere il paragone che utilizzò per Perdomo, allora giocatore del Genoa. Un po’ cattivo se vogliamo, ma molto calzante: “Se io sciolgo il mio cane, lui gioca meglio di Perdomo!”. Ovviamente ci fu polemica, ed il tecnico fu costretto a rettificare la sua uscita; ma lui non era tipo da smentirsi, e fu così che precisò che “Io non dire che Perdomo giocare come mio cane. Io dire che lui potere giocare a calcio solo in parco di mia villa con mio cane!”. Era fatto così, impossibile non volergli bene. Come quando disse ad un giornalista “Io penso che tua testa buona solo per tenere cappello”.

La stagione 1991/92 partì alla conquista dell’Europa. Per Boskov e la sua banda un’occasione irripetibile. La Coppa dei Campioni a Genova, perché no? Ormai la Sampdoria era matura per tentare il grande salto, e ci provò fino ad una nuova finale, questa volta a Wembley, contro il Barcellona. Era il 20 maggio 1992, la storia sfiorò nuovamente la Genova Blucerchiata. Stesso avversario di tre anni prima. Il più grande esodo di tifosi blucerchiati di sempre, questa volta erano 25.000 a Londra. Eppure non bastò: Vialli nei tempi regolamentari si divorò due occasioni da paura, poi nei supplementari un calcio di punizione molto dubbio permise allo specialista Koeman di infilare Pagliuca. Fu il gol della vittoria per il Barcellona, che riuscì così ad alzare per la prima volta nella sua storia la Coppa dei Campioni.

Fu anche la fine del ciclo di Boskov alla Sampdoria: al termine di quella stagione se ne andò il brasiliano Cerezo, uno dei protagonisti delle vittorie di quegli anni, che chiuse con il calcio italiano per andare poi a vincere (alla tenera età di 43 anni) la Coppa Intercontinentale con il San Paolo. Ma soprattutto se ne andò Gianluca Vialli, la punta di diamante, che dopo tanti anni trascorsi a giurare eterna fedeltà alla maglia blucerchiata cedette alle sirene ed ai miliardi della Juventus. E se ne andò proprio lui, l’artefice della Samp dei miracoli, Vujadin Boskov, che da uomo navigato qual era aveva capito che a Wembley era finita un’epoca irripetibile, e che nulla sarebbe più stato come prima.

Boskov allenò poi la Roma ed il Napoli, emigrò di nuovo in Svizzera al Servette per poi tornare alla Sampdoria nella stagione 1997/98. I tempi però erano decisamente cambiati, dei suoi ragazzi di allora non c’era più nessuno, e non c’era nemmeno più il presidentissimo Paolo Mantovani, deceduto nel 1993. Qualche pezzo buono però c’era ancora, per esempio un tale Juan Sebastian Veron. Ed il tecnico riuscì a centrare la qualificazione Intertoto, prima di andarsene, questa volta definitivamente.

Vujadin Boskov si è spento ieri all’età di 82 anni. Si è staccato un altro pezzo della mia infanzia, dei miei ricordi. Di quando il calcio era tutto nelle Figurine Panini. E mi fermo qua, perché si rischia di dire frasi scontatissime. Anche se non ero sampdoriano, riposa in pace mister, e salutaci le stelle!

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