17 aprile 1994: Brescia away

Brescia-PD 93-94Domani sera il Padova scende in campo a Brescia nell’anticipo pasquale della serie B. Fa alquanto strano giocare di giovedì sera, è una cosa a cui non mi abituerò mai. Ma è sicuramente meno strano del sentire gli addetti ai lavori che ora (finalmente!) dopo anni si sono accorti che gli stadi sono vuoti NON per colpa della violenza, e che non sanno trovare una spiegazione! Basterebbe che si trovassero un lavoro, e forse capirebbero quanto disagio comporta andare allo stadio di giovedì all’ora di cena…
Brescia-Padova, dicevamo. Partita di grandi sapori, soprattutto per chi ha vissuto a lungo la realtà delle curve. E che proprio a Brescia visse il suo battesimo di fuoco, in una piovosa domenica d’aprile di tanti anni fa. Anzi potremmo dire con precisione: esattamente 20 anni fa! 17 aprile 1994, Brescia-Padova 1-0, gol di Hagi. Detto anche “Il Maradona dei Carpazi”, per le indubbie qualità tecniche e forse anche perché tirava di bamba… Quell’anno sia noi che le rondinelle fummo promossi in serie A, ma questo conta relativamente (anche perché qui, per quanto mi riguarda, quei due anni di serie A fecero grossi danni!).

“Brescia” in quel periodo significava “tafferugli”. Era decisamente uno dei campi più caldi, ed una delle tifoserie più turbolente e pericolose d’Italia. Oggi, con tutto il rispetto, non sono nemmeno l’ombra di ciò che erano allora, nonostante rimanga una trasferta da non prendere mai e poi mai sottogamba. Ma nei primi anni ’90 avevano ben pochi rivali, vorrei dire nel campo della lotta erano in quel periodo la migliore tifoseria d’Italia, assieme ai vicini di casa bergamaschi ed ai viola. Proprio un derby con l’Atalanta, un anno prima, aveva fatto il giro delle cronache di mezza Europa con gli ultras delle due squadre che si affrontavano in campo a colpi di kung-fu e calci volanti. Successivamente avevano replicato contro il Parma in Coppa Italia, invadendo nuovamente il campo questa volta per affrontare la polizia. In mezzo, tanti incidenti piccoli e grandi di cui non ho memoria, ma ad ogni modo la fama che avevano era più che meritata… anche qui a Padova quanto a turbolenza non scherzavamo, anzi proprio nella stagione 1993/94 raggiungemmo forse uno dei livelli più alti della nostra tifoseria, almeno fino alla sera di Padova-Vicenza (clicca qui) quando tutto di colpo finì. Brescia fu una delle trasferte immediatamente successive, e diede la misura di come le cose fossero cambiate.

Nell’aprile 1994 ero ancora minorenne, mi stavo preparando al “grande salto” dei 18 anni. Ma mentre amici e parenti vari (compresa la mia ragazza dell’epoca) si sarebbero aspettati da me un abbozzo di progetto del mio futuro, o quanto meno la presa di coscienza delle prime responsabilità; per il sottoscritto le cose non stavano propriamente in questi termini.. In quel periodo avevo in mente solamente di seguire il più possibile il Padova, ed il mio futuro casomai lo vedevo sempre più nel cuore della curva. Diciamo che rappresentavo benissimo quel modello di ultras per il quale la propria squadra (o più precisamente, la maglia e l’onore della propria città) “non è una questione di vita o di morte, è molto di più”! Qui a Padova, col sarcasmo che ci contraddistingue, usiamo dire che “non abbiamo un cazzo dalla vita” oltre al Padova, che rende ancora meglio l’idea. Per me, a 17-18 anni era così. La scuola ovviamente andava male, passavo i pomeriggi dalla mia ragazza, le serate a cazzeggiare, le domeniche allo stadio: uno dei periodi più belli della mia vita!

Tuttavia le cose stavano cambiando, inesorabilmente, anche per me: a casa la tensione si tagliava col coltello, e di fronte alla prospettiva di perdere un altro anno scolastico i miei cominciavano a pressarmi molto seriamente per capire che cazzo avessi per la testa, e se avevo intenzione di proseguire seriamente gli studi o meno. Anche nel campo sentimentale, passati i primi mesi di “Ti amo tanto/anch’io/scopiamo?”, l’incanto iniziale stava lasciando sempre più spazio alle prime litigate e gelosie inutili. Infine la mia prima compagnia di amici, si era bella che sfaldata ed ognuno girava con un gruppetto differente: io avevo preso la mia decisione dall’inverno precedente, aggregandomi alla compagnia di alcuni ragazzi della zona di Albignasego che erano in classe con me… Come se non bastasse, sempre in quel breve lasso di tempo che va dalla fine di marzo alla metà di aprile ’94, al mio paese era accaduto un fatto strano: un ragazzo, più vecchio di me, era stato ritrovato impiccato in casa sua. Inizialmente si pensava al suicidio, io lo conoscevo solo di vista, ma chi dei miei compaesani l’aveva conosciuto di persona era prontissimo a giurare che non si sarebbe mai e poi mai ammazzato. Piuttosto le voci “da bar” suggerivano di guardare nel mondo delle sue frequentazioni, e chi ha vissuto il Veneto di quegli anni potrà ben capire che in certi discorsi non mi ci voglio addentrare… Fu comunque un evento che sconvolse un po’ tutti dalle mie parti, e lasciò una certa angoscia anche a me, proprio per le modalità ed i retroscena! Insomma, si prospettavano tempi sempre più duri, e la mia adolescenza stava ormai volgendo al termine: inconsciamente lo capivo, ma non volevo farmene una ragione…

Le settimane precedenti la partita di Brescia erano state caratterizzate dalla repressione post-derby: parecchie facce note della curva erano finite nel mirino di “madama”, e non c’era l’intenzione di far sconti a nessuno. Arrivavano diffide a decine, tre ragazzi finirono in carcere, e si vociferava nell’ambiente di cose inaudite come “associazione a delinquere”: la sensazione era che la parola “fine” alla gloriosa storia degli Hell’s Angels Ghetto stesse per essere scritta da un momento all’altro, e la cosa poi avvenne ufficialmente alla fine di quello stesso campionato. Erano anni diversi, si era meno preparati a certe cose (oggi ci abbiamo fatto il callo, brutto da dire ma è la pura verità): vent’anni dopo la sbirraglia e la magistratura hanno combinato ben di peggio nei confronti dei ragazzi delle curve, ma nel 1994 un terremoto giudiziario come quello di Padova-Vicenza finiva inevitabilmente per lasciare il segno. Ed il segno si vide tutto nella prima occasione vera: Padova-Lucchese in campo neutro a Reggio Emilia, sette giorni prima. Gran numero di tifosi al seguito (circa 4.000 padovani, fra ultras e tifosi “normali”), ma poco tifo, poco colore, zero striscioni, nessuna o quasi organizzazione. In tutta questa situazione era facilmente preventivabile che la presenza e l’entusiasmo in vista di Brescia sarebbero stati ben al di sotto delle aspettative, ma decisi di fare comunque uno sforzo (economico) per partecipare alle due trasferte consecutive che ci attendevano, Brescia e Cesena. Quella del Rigamonti soprattutto, per me contava anche di più di quella in Romagna: i bresciani erano decisamente belli, ed una trasferta in casa loro era un’autentico banco di prova, specie per un giovincello invasato!

In settimana era stato organizzato un treno speciale: normalmente nelle trasferte al Nord Italia (tipo Modena, Bologna, Udine, ecc) il Padova veniva seguito tranquillamente da 5-600 persone, cifra che si gonfiava a seconda dell’importanza della partita arrivando anche alle 1000-1500 unità. Brescia-Padova quel giorno era uno scontro diretto per la promozione, eppure alla mattina in stazione eravamo poco più di 300. Sommati ai pullman dei club ed a qualche coraggioso che avrebbe affrontato la trasferta con mezzi propri, arrivavamo a stento a 500. Già questo faceva capire che non era una trasferta come le altre: c’era parecchio da rischiare, e si muovevano solo i più convinti… Ma la vera sorpresa di quel giorno fu quella di trovare la stazione di Padova blindata, modello Cile di Pinochet: celerini ringhianti e digos con foto alla mano. Come si può ben intuire, lo scopo di cotanto spreco di risorse non era quello di prevenire eventuali disordini, ma di identificare un bel po’ dei protagonisti di Padova-Vicenza. E più di qualcuno venne fermato poco prima di salire sul treno. Personalmente, feci la mia comparsata davanti al digos che mi squadrò, confrontò il mio volto con le immagini e le foto segnaletiche in suo possesso, e mi ordinò di salire sul treno. Ma un ragazzo di Selvazzano, venne riconosciuto appena mise piede in stazione: non era difficile, la sua faccia era finita in diretta nazionale al momento in cui venivano divelti i cancelli! Ovviamente il soggetto in questione pensò bene di giocarsela, ed essendo un rugbysta bello pesante, non fece altro che applicare la tecnica principe del proprio sport: un paio di spallate ben assestate, e via di corsa con gli sbirri alle calcagna, che ebbero il loro bel daffare per fermarlo e condurlo in questura…

Giungemmo a Brescia sotto un autentico diluvio, più che aprile sembrava novembre. Qui ci fu la seconda sorpresa della giornata: invece di incanalarci verso l’uscita principale della stazione, ci deviarono ad un binario morto che dava sul retro, e poi via da un’uscita secondaria. Si trattava di passare per un corridoio abbastanza stretto, superare la perquisizione, salire gli una scaletta e salire su dei comodissimi autobus arancioni che ci avrebbero portati dritti al Rigamonti. Autobus che però avevano una particolarità: al posto dei finestrini avevano montate delle grate di ferro! Mi sentivo come un bue che viene trasportato al macello, ma non c’era alternativa… Una volta partiti gli autobus, mi resi conto della motivazione di tale scelta: finimmo praticamente sotto un tiro incrociato! Appena usciti dalla stazione, fino allo stadio, ci arrivò addosso di tutto, ad ogni angolo, ad ogni incrocio si trovava qualcuno magari anche solo di passaggio che, non avendo altro da fare, ti lanciava qualcosa. Scendere e difendersi era praticamente impossibile in quanto gli autobus marciavano a tutta velocità in una strada bloccata al traffico in cui avevamo la precedenza assoluta, anche sui semafori rossi. Sembrava di essere a Napoli più che a Brescia. E ciò che mi lasciò perplesso è che i lanciatori spesso non centravano nulla col mondo ultras, anzi davano proprio l’idea di essere la semplice compagnia di ragazzi o il passante che si trovava li per caso…

Allo stadio qualcuno di loro si fece vedere in lontananza, qualche gestaccio, qualche tentativo di avvicinamento, ma pochissima roba. La polizia fece buona guardia. Io personalmente fui uno dei primi ad entrare, non avendo molta voglia di stare sotto l’acqua: mi posizionai dapprima sotto uno dei portici d’accesso per ripararmi dalla pioggia, il tempo di una sigaretta, poi entrai insieme ad altri due o tre quando ancora mancava mezzora abbondante al fischio d’inizio. Come ci trovammo dentro notai che la loro curva fosse bella piena ma senza striscioni, mentre in gradinata ce n’era uno bello lungo: “Solo i mediocri rubano striscioni dai magazzini!”. Quella settimana infatti gli atalantini si erano presentati nottetempo al Rigamonti, forzando il portone del magazzino dello stadio e portando via parecchi vessilli biancoblù (fra i più importanti, Vecchia Guardia e Warriors). Come risposta i bresciani avevano deciso di non esporre nessuno striscione “ufficiale”, ma solo questo lenzuolo che spiegava un po’ la scelta. Ad ogni modo erano tutt’altro che spenti: appena mettemmo piede nel settore ospiti del Rigamonti si alzarono tutti in piedi ed attaccarono con “Voi siete sempre di meno!”, e poi per rimarcare meglio il concetto “Padova, Padova, vaffanculo!”. Tanto per chiarire il concetto, nel caso non lo avessimo capito durante il tragitto…

Da parte nostra, come ho detto, eravamo pochino considerata anche l’importanza della partita. E molto scazzati: come si vede dalla foto non avevamo i consueti striscioni che facevano bella mostra in quegli anni, ma solo un drappo nero (questa fu una delle tante cose che col tempo si imposero…) con scritto “Solo Padova”, un paio di pezze e uno striscioncino fatto a mano. Era l’anticamera di quel modo di tifare che all’epoca veniva definito “all’inglese”: a Verona avevano indicato la via qualche anno prima, pian piano altre tifoserie si stavano adeguando sostituendo gli striscioni con le pezze, e togliendo tamburi e megafoni. Oggi gli striscioni in PVC vanno autorizzati in questura, ed i tempi, i numeri, e la praticità hanno fatto si che la stragrande maggioranza delle tifoserie italiane optasse per le “pezze”, molto più comode e non soggette a burocrazia. Ed anche per una questione di principio, giustamente. Ma negli anni ’90 c’erano proprio due scuole e due visioni di tifo, e spesso la scelta di tifare “all’inglese” (che poi non significa proprio nulla…) era per sfuggire alla repressione che in quegli anni cominciava a picchiare, dando meno punti di riferimento possibili. Ad ogni modo la cosa non mi piaceva molto: amavo gli striscioni che portavamo in giro per l’Italia, erano un nostro tratto distintivo, ed avevo l’impressione che non solo stessimo perdendo d’identità, ma anche che dopo quel Padova-Vicenza qualcosa si fosse rotto… e quel pomeriggio ero li, con di fronte a me una tifoseria che era l’ombra di quella che era fino a poche settimane prima!

Anche il nostro tifo fu abbastanza sottotono. I bresciani invece si facevano sentire alla grande. Dalla Curva Nord, ma anche dalla Gradinata dove in quegli anni si posizionavano sempre degli autentici rompicoglioni che ci tenevano ad essere vicini alle tifoserie ospiti. Qualche scambio di scaramucce e di oggetti ci fu con loro. Ma l’intero ambiente era ostile: ricordo bene un raccattapalle di 12-13 anni che venne a raccogliere un pallone sotto il nostro settore, e così, dal niente, si girò e ci fece il gesto dell’ombrello!

Sul campo vinse il Brescia, una vittoria importantissima ai fini della classifica: avevano condotto un girone d’andata disastroso, ora stavano venendo fuori alla grande e quella partita (fra l’altro  la sconfitta era una punizione un po’ eccessiva per come aveva giocato il Padova) li rilanciò alla grande nella corsa per la serie A. I Biancoscudati al contrario erano in una fase calante, che avrebbe complicato non poco il finale di stagione costringendoci a giocare lo spareggio contro il Cesena.

Ricordo bene che all’uscita dello stadio osservai il grigiore, intorno a me: grigiore nel clima, grigiore dello stadio Rigamonti (uno dei pochi che se la gioca con l’Euganeo quanto a bruttezza), grigiore nostro in una giornata strana (non avevo mai visto la Digos che arrivava a fermare dei ragazzi alla partenza per una trasferta per degli incidenti di tre settimane prima. Adesso è normale, nel 1994 non lo era…), grigiore degli eventi personali (la scuola, la vita privata, il suicidio-omicidio avvenuto al mio paese…), e venni colto da un velo di tristezza: non riuscivo a capire a fondo il motivo di questa tristezza, ma col senno di poi posso dire inconsciamente che mi rendevo conto che stava per finire un’epoca. Mi ridestai all’interno del bus, quando un ragazzo si mise a urlare “Oh, arrivano! Arrivano!”. 

Alle nostre spalle infatti stava arrivando un folto gruppo di bresciani, ad occhio e croce almeno 200. C’era un nutrito cordone di celerini a farci da scudo, ma non sembravano per nulla intimiditi. In genere la maggior parte delle tifoserie in situazioni del genere si limita a provocare, loro invece erano molto decisi, e cominciarono a tirarci sassate verso i nostri pullman. Un vetro del pullman di un club andò in frantumi, molti dei nostri scesero per reagire ma vennero immediatamente rispediti sugli autobus, e lo sketch finì quando il cordone di celerini partì alla carica disperdendo i bresciani. I membri del club colpito erano li a verificare i danni, la polizia gli disse di attendere sul parcheggio perché prima avrebbero portato noi in stazione e subito dopo avrebbero fatto ripartire loro. Mi resi conto che non era finita li: i bresciani si stavano raggruppando sui due lati del tratto di strada che avremmo dovuto fare per tornare alla stazione, e la situazione non era per niente allegra, per quanto avessimo le grate sui pullman a “garanzia” della nostra incolumità. Come ripartimmo, ci piovve addosso un’altra grandinata di sassi. Dall’autobus davanti al mio alcuni ragazzi forzarono una delle porte e tentarono di scendere: la colonna rallentò, volò qualche manganellata e nel giro di pochi secondi si ristabilì la calma. Tornammo in stazione, con le porte aperte ed ancora con parecchia tensione, ma per strada trovammo solo qualcuno che ci mostrava il dito medio. E l’autista dell’autobus ci disse anche “Beh ragazzi, questa è una domenica tranquilla qui a Brescia perché siete in pochi e non c’è troppa rivalità con voi…”. Me cojoni!

All’arrivo in stazione, alcuni ragazzi di Padova vennero fermati ed identificati. Non so dire quanti, né se furono presi poi per loro provvedimenti di diffida. Poi, una volta saliti in treno, la tensione andò svanendo e mi addormentai per un tratto di viaggio. Il giorno dopo ricordo un articolo (non ricordo però su quale giornale) in cui si parlava del vetro del bus rotto ad un club sommato alla continua tensione, e nel quale il giornalista ammoniva i genitori di non mandare i propri figli in “certe” trasferte, perché “si impara a diventare violenti”. Effettivamente il mondo in cui viviamo è un paradiso terrestre popolato da vergini, perché mandare i figli in certe trasferte quando possono diventare benissimo violenti tutti i giorni nei quartieri delle nostre città?

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