5 aprile 1992: Venezia derby home

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C’è una scritta sul muro di una casa, vicino a dove abito. Si tratta di una scritta che è li da vent’anni, che il tempo ha sbiadito e che altri “writers” hanno a loro volta ricoperto, ma che fino a pochi anni fa si distingueva perfettamente ed ancora oggi volendo è visibile se si osserva un pò. E’ una sorta di promemoria, che qualcuno fece alla vigilia delle elezioni politiche del 1992, e che se vogliamo indicava quasi una nuova “via da seguire”. La scritta in questione, a caratteri cubitali, è: “RICORDATI: LEGA NORD!”. Ora potremmo discutere per ore su quanto questa “nuova strada politica” fosse realmente un’illuminazione, e di quanto bene abbia fatto non solo al paese in se, ma anche alla nostra terra (il Veneto, in questo caso); così come potremmo discutere per ore su quanto i politici in camicia verde alla resa dei conti si siano dimostrati uguali identici sputati (solo un pò più ignoranti…) a quelli che loro per primi contestavano e chiamavano “ladroni” e “mafiosi”, ma non avrebbe nessuna importanza. Quel “RICORDATI: LEGA NORD!” è solo la testimonianza del clima politico che si respirava nel 1992…

Era stato sicuramente un anno particolare il 1992: a febbraio Mario Chiesa, un socialista di quelli “craxiani”, era stato colto con le mani nel sacco al momento di intascare una tangente per un appalto. Il suo arresto aveva fatto scalpore, ma ancora più scalpore fece la successiva inchiesta che prese il nome di “Mani Pulite” e che rivelò un sottobosco di tangenti e di corruzione che coinvolgeva tutti i partiti a tutti i livelli, dall’Assessore Comunale del paesetto di provincia fino al Segretario di partito. In realtà non rivelò un beato cazzo perchè penso che più o meno tutti gli italiani fossero a conoscenza del fatto che i politici non facevano altro che mangiare e basta, ma si sa che in questo paese tutti sono finti ingenui, a tutti piace saltare sul carro dei vincitori e rimanerci il più a lungo possibile, ma quando il carro sbanda è una gara a chi scende per primo. E così fu “Mani Pulite”, un inchiesta che fece salire subito il livello di indignazione fra la gente. E che, per prima, venne sfruttata da un partito allora emergente, ma che cercava una propria affermazione politica. Un partito che aveva un leader abbastanza folle e strampalato, ma altrettanto carismatico, che un anno prima amava dire che il suo partito ce l’aveva duro, e che in quel periodo si incazzava ed urlava che era ora di fare piazza pulita. Quel partito era, appunto, la Lega Nord, che proprio in quel periodo venne su forte al grido di “Roma ladrona!”.

Quando parlo di certi argomenti con alcuni miei coetanei del sud, e mi sento dire che “voi del Nord siete tutti razzisti!” per il fatto che da noi molta gente ha votato Lega, mi viene da ridere. La Lega a Nord (ed in Veneto in particolare) non ha vinto per i suoi slogan razzisti, ma semplicemente perchè ha saputo cavalcare meglio di ogni altro partito il malcontento della gente di qui, stanca di dover pagare col proprio sudore i vizi e vizietti dei politici corrotti. Ovviamente ne hanno sfruttato anche l’ignoranza, che peraltro è una delle poche cose che unisce veramente gli italiani, da Nord a Sud, nessuno escluso. Ad ogni modo, nel week end del 5-6 aprile 1992 si svolgevano le elezioni, e la Lega Nord guadagnò una barca di consensi, potendo così cominciare a costituire i primi gruppi parlamentari. E proprio nella settimana precedente le elezioni, comparve quella scritta sul muro vicino a casa mia. Doveva essere il 2 o il 3 aprile. Perchè me lo ricordo? Semplice, stavo andando in motorino a comprare i biglietti per il derby col Venezia in programma proprio domenica 5 aprile, e passando notai la scritta e non potei fare a meno di fermarmi a guardarla!

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In quel periodo la Lega Nord raccoglieva molte simpatie anche fra gli adolescenti. Diciamo che faceva le veci di quello che in Europa erano i partiti d’estrema destra, che in Italia sarebbero arrivati solo qualche anno più tardi con la nascita di formazioni come Forza Nuova. Se vogliamo, nel panorama di destra rappresentava un partito nuovo, che usava un linguaggio nuovo, e che si poneva come valida alternativa. Ed erano in molti i miei coetanei, in quel periodo particolare, ad ostentare adesivi della Lega Nord se non addirittura la mitica sciarpa (che era bianco-rossa! Il verde come colore sarebbe arrivato solo dopo…) che in tanti portavano anche allo stadio proprio perchè i suoi colori facevano si che fosse facilmente confondibile con una qualsiasi sciarpa del Padova. Intendiamoci: il fatto che molti indossassero la sciarpa della Lega Nord non rappresentava in alcun modo una qualsiasi presa di posizione degli HAG o della Curva Nord dell’Appiani, che anzi in quegli anni tendeva a lasciare fuori la politica. Era semplicemente una simpatia di molti, anche fra i ragazzi che frequentavano la curva. Tutto qua. Potrei anche dire che, per me che ero pur sempre un novizio, fu la prima volta che vidi dentro lo stadio una così ostentata ammirazione per un partito politico. Qualcosa di simile lo vidi qualche anno dopo, col moltiplicarsi degli Skins e l’esplosione dell’estrema destra. Ma in realtà me ne fregava poco… Me ne fregava poco perchè, al di la delle simpatie dei miei amici, io nel 1992 non avevo l’età per votare e cmq sentivo i partiti e la politica come qualcosa di distante, qualcosa che non mi riguardasse. Qualcosa che non faceva per me, ecco. Per me, il 5 aprile 1992 era semplicemente il gran giorno del derby di ritorno, Padova-Venezia. O Padova-Veneziamestre, se preferite.

Il campionato 1991/92 era stata una stagione alquanto strana. La splendida squadra che l’anno prima aveva compiuto una rimonta leggendaria arrivando a giocarsi la promozione a Lucca all’ultima giornata era stata smantellata: via Benarrivo, via Albertini. Via anche Collautti, che non aveva creduto ai programmi societari ed era finito a Messina convinto di andare in A (venne invece esonerato a marzo, e quell’anno i giallorossi finirono in C, altro che serie A!). Benarrivo invece se n’era andato a Parma, dove avrebbe poi vinto tutto finendo anche in Nazionale, al suo posto un ruvido terzino dal Pisa, un certo Lucarelli (che non centrava nulla con il centravanti livornese che poi avrebbe giocato anche da noi!) che certo non poteva garantire la spinta di Totò Benarrivo. Al posto di Albertini invece era arrivato un certo Marco Franceschetti, discreto centrocampista che l’anno successivo sarebbe stato riscoperto alla grande nel ruolo di libero. Ma il vero dramma era la panchina: come allenatore arrivò tale Bruno Mazzia, uno degli allenatori più incapaci e difensivisti che abbia mai visto! In assoluto, uno dei peggiori allenatori che ricordi a Padova… Perfino Dal Canto, al suo cospetto, sembra Mourinho! Nel luglio 1991 ero andato a vedere i Litfiba al Palasport San Lazzaro, ed avevo incrociato un mio compagno di squadra che seguiva le sorti dei biancoscudati da più tempo di me. Ricordo ancora le sue parole: “E’ andata male, ma vedrai che l’anno prossimo faremo un campionato di vertice come il Foggia quest’anno… arriveremo primi… intanto oggi hanno preso il nuovo mister, uno esperto che sa il fatto suo… Bruno Mazzia!”. Il nome sul momento non mi era nuovo, ma non mi ricordava nulla di particolare. Così appena giunto a casa andai a spulciare l’Almanacco Panini, e rimasi colpito dal suo curriculum ineccepibile: esonerato dall’Udinese nel 1988, promosso con la Cremonese l’anno successivo e poi esonerato dopo mezzo campionato di A, esonerato dal Brescia alla quarta giornata del campionato 1990/91… tre esoneri consecutivi, sarebbe stato questo il mister esperto che sa il fatto suo!?! Quando realmente sapesse il fatto suo se ne accorsero tutti da settembre in poi… ricordo solo un episodio: trasferta di Lucca nell’ottobre del ’91, una delle partite più attese per ovvi motivi. A fine primo tempo il Padova vinceva 1-0 e la Lucchese era in 10. Poi nella ripresa i rossoneri rimasero in 9, e nonostante tutto raggiunsero il pareggio. A fine partita ricordo ancora la domanda che gli porse Edel e la sua risposta: “Allora mister, alla luce di come si erano messe le cose: un punto perso o un punto guadagnato oggi per il Padova?”… “Scherza!?! I punti sono sempre tutti guadagnati!”. Un genio. Un genio assoluto ed incompreso. Incompreso da tutti, in primis dalla Curva Nord che all’epoca era molto meno accomodante e che sin dai primi mesi di campionato si era messa a cantargli “Salta la, salta la, salta la panchina, o Mazzia salta la panchina!”. Ovviamente col tempo la situazione non era migliorata, e nel girone di ritorno il Padova era rimasta una squadra mediocre, senza un gioco, che ben che andava puntava al pareggio in casa (in trasferta… si salvi chi può!).

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La tifoseria biancoscudata in quel periodo era in salute. Spesso oggi capita di sentir dipingere la curva di quegli anni come una riproduzione in miniatura del “Monumental” di Buenos Aires o del “Maracanà” di Belgrado, ed ogni volta non posso fare a meno di sorridere quando sento certe leggende metropolitane… Certo, la Curva Nord in quel periodo viveva di buona salute, ma con i suoi alti e bassi. Come è sempre stato a Padova quando le cose non vanno benissimo, sul campo. All’epoca la Nord era saldamente in mano al gruppo di Piazza Cavour, ma sulla spinta del campionato entusiasmante dell’anno prima molti giovani e giovanissimi si erano avvicinati. Tuttavia, il campionato a singhiozzo del Padova faceva si che l’umore non fosse dei migliori e che anche le presenze ne risentissero. In casa il settore era sempre pieno: certo, non il pienone delle “grandi occasioni”, quando capitava di ritrovarsi due o tre file di ragazzi per ogni gradinata in legno della Nord; ma nemmeno si era in tre gatti. In trasferta dipendeva un pò dal momento: io di trasferte ne facevo molto poche, ed in quel campionato fino a quel momento ero stato solo a Venezia per il derby d’andata, il 3 novembre 1991, quando Montrone ci regalò dopo appena tre minuti una vittoria storica (per vincere nuovamente a Venezia abbiamo dovuto aspettare 17 anni, in un derby “monco” a causa del divieto ai tifosi biancoscudati). Tuttavia mi informavo, e sapevo che cmq ottime presenze si erano registrate anche a Bologna, Udine e Reggio Emilia; mentre in tutte le altre trasferte c’era sempre uno zoccolo duro che variava dalle 50 (quando si giocava nel profondo Sud) alle 200 unità. Anche il tifo era buono, seppure molto spesso lasciava spazio alle contestazioni: dopo aver preso di mira Mazzia infatti, la Nord aveva spostato le sue attenzioni anche su alcuni giocatori, accusati di scarso impegno. Su tutti Putelli, che ad ogni partita veniva beccato da un ampia fetta della Nord, tanto che in quel periodo esisteva un fantomatico “Gruppo Anti-Putelli” che in realtà non era niente di ufficiale, nè esistevano striscioni o sigle del genere, ma semplicemente era un “movimento d’opinione” formato da tutti coloro che ogni volta che il biondo attaccante scendeva in campo attaccavano col coro “Lo vuoi Putelli? No! No!”. Diciamolo pure francamente: in quegli anni eravamo molto meno tolleranti nei confronti della squadra! Era diverso da oggi, perchè ci si faceva meno problemi per cantare il coro personalizzato a favore di questo o quel giocatore, e quasi tutti i giocatori dell’undici titolare avevano il loro coretto personale; ma al tempo stesso ci si faceva molti meno problemi anche a fischiare durante la partita. Oggi si canta solo per la maglia, ma si porta molta più pazienza nei confronti della squadra, e spesso dalla Fattori si levano applausi non del tutto meritati da chi va in campo. Contestazioni che spesso e volentieri avevano anche avuto una coda nel post-partita, come dopo Padova-Avellino quando decine di ragazzi della Nord tentarono di forzare il cancello d’ingresso degli spogliatoi trovandosi viso a viso con la celere. L’ultima era stata giusto due settimane prima al termine del match col Bologna, assolutamente inguardabile, che aveva visto la squadra uscire fra i fischi al grido “Vergognatevi! Vergognatevi!”.

Anche a livello di casini il gruppo era bello attivo, anche se io all’epoca ero solo un ragazzino che amava andare allo stadio, e non partecipavo ai casini… Quell’anno mi ero trovato coinvolto mio malgrado nella bagarre prima di Padova-Brescia, avevo assistito ad una sassaiola verso alcuni pullman udinesi ed avevo visto con i miei occhi un cosentino lasciare gli occhiali da sole e lo stampo della faccia sul cemento di via Carducci. Il sabato prima di Padova-Pisa ad una festa avevo trovato una faccia abbastanza nota della curva, il quale aveva una discreta bomba in corpo e dopo avermi visto con la sciarpetta del Padova si era messo a parlarmi delle sue vicissitudini, del fatto che aveva una diffida in corso dalla trasferta dell’anno prima a Cremona e che comunque il giorno dopo sarebbe andato alle undici al chiosco di Santa Giustina visto che c’erano ottime possibilità di un faccia a faccia con i pisani. Mi aveva anche detto che alla mia età (avevo da poco compiuto i 15 anni) lui era già “attivo” allo stadio, e che avrei dovuto darmi una mossa anchio, e mi diede appuntamento all’indomani al chiosco. Mi disse di non farmi problemi, e di fare pure il suo nome ai ragazzi. Il giorno dopo, sotto un diluvio universale, presi l’autobus alle 11 e scesi in Prato della Valle, arrivai davanti al chiosco dove c’erano già delle facce note in attesa e mi sentii subito osservato, dopodichè trovai il mio interlocutore del “sabato sera” ed andai a salutarlo. Una sorta di “biglietto da visita” ufficiale per entrare nel gruppo. C’era solo un piccolo problema: lui non si ricordava di avermi mai conosciuto ne mai parlato! Si scusò per la sera prima giustificandosi col fatto che era troppo ubriaco per ricordarsi ciò che aveva fatto e mi disse senza mezzi termini di andarmene perchè “quelle non erano ancora storie per me!”. Seguii il consiglio, in fin dei conti ero realmente fuori luogo li in mezzo e non conoscevo nessuno. Ma la cosa mi rimase sullo stomaco, e mi promisi di tentare nuovamente la “sortita”, magari più avanti nel tempo, quando avrei sicuramente conosciuto meglio l’ambiente… Contro l’Avellino invece, per sfuggire alla carica dei celerini rimasi impigliato con una tasca del bomber su un pezzo di ferro, che ovviamente me la strappò via, facendo si che seminassi soldi di moneta ovunque! Subito dopo ero transitato di fronte al chiosco con la tasca ancora a penzoloni, scatenando il sarcasmo di un personaggio assai inquietante, che fra le altre cose mi aveva detto anche: “Gheto paura che ea mama te daga le botte se i te scheda?”. Si, diciamo che dovevo ancora fare parecchia strada prima di buttarmi su “certe storie”…

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La mattina del derby, il “gruppo di fuoco” si sarebbe ritrovato a mezzogiorno al chiosco di Santa Giustina. La voce era giunta perfino a me, ma non chiedetemi come ne perchè. Sono quelle cose che si sentono dall’amico a scuola, che a sua volta l’ha sentito da quell’altro, che ha un cugino in mezzo al direttivo della curva… Il sabato sera mi ero ritrovato in compagnia con i miei amici dell’epoca, ed avevo trascorso la serata insieme ad un socio, che il giorno dopo mi avrebbe dato uno strappo in motorino, per decidere come muoverci. Io avevo quest’idea fissa di farci un giro allo stadio per mezzogiorno, magari stando un pò in campana, e la cosa prendeva parecchio bene anche a lui. Tuttavia c’era un problema: all’epoca giocavo ancora a pallone, e la mattina del derby avevo la partita. Contro il Virtus Bassanello, mi ricordo ancora l’avversario, non fosse altro perchè quell’anno era stata la squadra ammazza-campionato: noi, che alla fine saremmo arrivati quarti nel girone, prendemmo cinque palloni in casa loro all’andata; e quel 5 aprile 1992 la partita in casa nostra si concluse con un rotondo 0-6 perfino generoso nei nostri confronti (credo che avessero avuto almeno un’altra mezza dozzina di palle gol). Sullo 0-4 tirai un pestone al loro regista a centrocampo e mi beccai un’ammonizione. Fallo di frustrazione, ed ammonizione con minaccia, in quanto il tipo si rialzò dopo i soccorsi e mi disse senza problemi di fronte all’arbitro: “Ti sta ‘tento, che desso te rompo na gamba!”. Capirai che paura. Nell’azione successiva, un loro attaccante si trovò solo davanti al nostro portiere, lo saltò abilmente con un pallonetto, quindi fermò il pallone poco prima della linea e si accucciò per appoggiarlo in rete di testa. Un’umiliazione. Decisi di averne abbastanza, o mi mettevo seriamente a rompere gambe o me ne andavo. Fra l’altro ero in ritardo per l’appuntamento col mio socio. Era il momento di agire: pochi minuti dopo recuperai un pallone sulla nostra trequarti e mi vidi venire sotto lo stesso loro regista che avevo martorizzato poco prima. Entrò molto deciso, ma entrò sul pallone. Fui io a buttarmi per terra urlando e contorcendomi dal dolore come se mi avesse fatto male sul serio. Pensai che poteva funzionare come scusa, vista la sua minaccia di poco prima. Lui si beccò un cartellino giallo per un fallo inestistente, che lo fece infuriare, tanto che quando mi rialzai cercò di aggredirmi. Io mi vidi arrivare il nostro “massaggiatore” (in realtà era il dirigente accompagnatore) con la borsa del soccorso ed il ghiaccio-spray. Mi diede un colpetto di bomboletta e mi disse: “Dai, dai, zuga che no te ghe gnente!”. Io mi rialzai e cominciai a zoppicare vistosamente, tanto che perfino qualcuno fra i miei compagni di squadra mi disse di smetterla di fare sceneggiate. All’azione successiva mi arrivò un passaggio un pò lungo, cominciai a correre zoppicando e venni anticipato dal loro attaccante che era partito in netto ritardo, il quale si involò solo verso la porta sbagliando uno dei gol più facili della storia. Mi girai verso la panchina e chiesi il cambio, il mister sconsolato mi accontentò. Sempre zoppicando andai verso lo spogliatoio, mi feci la doccia e mi rivestii: ero pronto per il derby! Uscii di corsa dallo spogliatoio, inforcai la bici e pedalai verso casa senza nemmeno assistere agli ultimi minuti di gioco. La cosa ovviamente venne notata, e pagai con un allenamento extra al martedì e con la panchina la domenica successiva. Chissenefrega, ne valeva la pena. Giunsi a casa, posai la borsa, salutai mia madre e le dissi che andavo a pranzo a casa di amici. Dopodichè uscii e mi accorsi che era arrivato il diluvio universale! Grazie al cielo avevo una cerata verde militare di mio padre, che usava quando andava a pesca, che mi fu molto utile visto il viaggio in motorino sotto l’acqua che ci attendeva… L’appuntamento col mio socio era alle 11,45 proprio di fronte a quella scritta “RICORDATI: LEGA NORD!” che ci ammoniva che quel giorno si doveva andare a votare…

A mezzogiorno allo stadio non c’era molta gente, e quasi tutti erano rifugiati sotto le tendine del chiosco per ripararsi dalla pioggia. Col mio socio avevamo deciso di “osservare la situazione”, e finire sotto le tendine era una situazione un pò troppo “intima”, più indicata per chi era già navigato e conosciuto. Decidemmo di andare al bar: poco più avanti, all’incrocio fra Corso Vittorio Emanuele e Via Cavalletto, ai tempi c’era un bar che si chiamava “Bar Mercato”. Oggi si chiama “Caffetteria al Prà” ed è gestita da cinesi, ma ai tempi era proprio una bettola di quelle caratteristiche in città. Ancora non lo sapevo, ma ci sarei capitato spesso negli anni a venire. Ovviamente non avevamo molti soldi in tasca, ventimila lire che avrebbero dovuto bastarci per tutta la settimana, sufficienti comunque per pagarci un panino ed una birra. C’erano molti vecchi che battevano carta, e qualcuno con sciarpa del Padova pronto alla partita, ma mancavano ancora quattro ore! Quando uscimmo ci accorgemmo che il tempo sembrava non volerne sapere di sballare, anzi pioveva ancora più forte. Poco male, il mio socio aveva sempre qualche pezzo di fumo, e così ci “caricammo” un pò. Verso le 13,30 facemmo ritorno al Chiosco, non prima di esserci fottuti un ombrello uscendo dal bar… Le presenze erano aumentate di parecchio, e cominciavano pian piano ad arrivare anche i tifosi più tranquilli che correvano alle biglietterie (che aprivano verso quell’ora) per prendersi gli ultimi biglietti disponibili. Al chiosco c’era un altro tizio, uno che conoscevo di vista per essere uno dei lanciacori dell’epoca. Sentii che parlava con tutti gli altri in ascolto, e diceva che probabilmente c’era un gruppo di veneziani e modenesi in arrivo in macchina, e di tenersi tutti pronti. Mi sentivo gasato, anche se la pioggia non tendeva a diminuire. Verso le 14 finalmente il tempo sballò, e qualcuno ci disse di prendere il motorino e di farci un giro per la zona, in modo da vedere se arrivavavano ospiti. Ovviamente ubbidimmo, ai tempi si usava che gli “sbarbati” non facevano troppe domande… Mentre il mio socio toglieva il lucchetto al motorino, ci sentimmo chiamare: era un suo compagno di scuola, con il quale da li saremmo diventati amiconi e con la cui compagnia in futuro avremmo diviso anche qualche trasferta. Gli spiegammo che stavamo andando a farci un “giro di perlustrazione”, lui si auto-accodò a noi con entusiasmo e ci propose di dirigersi verso Piazzale Boschetti, “sai mai che qualcuno della Riviera del Brenta arriva con la corriera?”. Ci rifacemmo al contrario tutta la strada che avrebbero poi percorso i veneziani in corteo, passando dall’Istituto Marconi agli ospedali, fino a Piazzale Boschetti. Era presto, ma le forze dell’ordine erano già al lavoro, e lungo tutta la strada si potevano notare vigili urbani e volanti della polizia nei “punti critici”. La stazione delle corriere era uno di questi, e c’erano una pattuglia della polizia ed una dei carabinieri di guardia. Decidemmo di fare comunque un giro fra i “terminal”, che durò poco: non eravamo troppo furbi e non passavamo molto inosservati, visto che tutti e tre avevamo la sciarpetta del Padova in bella vista (i miei soci anche il bomber, il che rendeva perfettamente il look da manuale del “piccolo hooligan” dell’epoca) ed io tenevo in mano un ombrello, chiuso. Ad un certo punto ci sentimmo puntati dai carabinieri: “Cercate qualcosa ragazzi?”, “No, stiamo aspettando degli amici…”, “Ecco bravi! Andate ad aspettarli da un’altra parte che fra poco di qua passa il corteo dei tifosi del Venezia… E tu magari quell’ombrello lascialo a casa la prossima volta, che non piove così tanto!”. Come facesse a dire “non piove così tanto” lo può sapere solo il cervello di un carabiniere; ad ogni modo il messaggio era chiaro: levatevi dai coglioni o vi leviamo noi! Riprendemmo i nostri motorini, e ci guardammo in faccia balenando la “grande idea”: “Proviamo a spingerci verso la stazione!”. Ovviamente anche quest’idea non funzionò, in quanto dopo solo cento metri percorsi su via Gozzi fummo fermati, questa volta da una macchina in borghese con un lampeggiante e da una faccia che nel corso degli anni avrei imparato a conoscere pur non essendo uno della curva: “Dove state andando voi?”, “Ehm… stiamo andando da mia nonna che abita all’Arcella!”, “Si fatalità proprio oggi dovete andare dalla nonna all’Arcella! E vestiti così! E scommetto che siete anche minorenni e viaggiate senza casco in motorino in due…”. In quel momento si sentì uno scoppio, ed un boato: “Oh Padovano va cagar…!”. Era arrivato il treno speciale che trasportava i veneziani, ed un esercito di bomber arancioni cominciava a stendersi lungo la strada. “Dai, andate fuori dai coglioni! E che non vi veda più qua in giro!”. Girammo i motorini e ce ne andammo. Mentre tornavamo indietro ci balenò in testa l’idea pazza di lasciare qualche ricordino ai veneziani in corteo, ma saggiamente optammo per tornarcene verso lo stadio…

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In Laguna, se possibile, stavano ancora peggio di noi a livello di classifica. Però avevano l’entusiasmo della neopromossa dalla parte loro, e la tifoseria che in quel primo anno di B seguiva in maniera massiccia. Zamparini aveva riportato la squadra a giocare al Penzo, in Laguna, dopo quattro anni in terraferma al Baracca; ed aveva fatto ingrandire le due curve portandole alla capienza di 5.000 posti e facendo assumere allo stadio quella strana forma che ha avuto per anni (due curve enormi a fronte di due tribune piccolissime). Un curvone simile, da 5.000 posti, era forse anche troppo grande per la tifoseria veneziana, che cmq in quel primo campionato di serie B faceva registrare discrete presenze anche in trasferta. E non si tiravano propriamente indietro, visto che fecero anche qualche casino (Brescia, Bologna…). Diciamo che avevano qualche bel faccione, ed un ottimo potenziale, ma erano strani. Come sono sempre stati. Tanto per capire, la squadra che giocava la serie B quell’anno era nata cinque anni prima dalla fusione del vecchio Venezia 1907 col Mestre, i suoi colori erano l’Arancio, il nero ed il verde (dai colori delle due squadre) ed il suo nome sarebbe stato Veneziamestre. Dico sarebbe perchè Zamparini da qualche anno l’aveva abbreviato a Venezia, scatenando le polemiche con gran parte della tifoseria. Tifoseria che era divisa chiaramente sul nome e sui colori sociali, anche in curva. Infatti in Curva Morosini coesistevano due gruppi con idee radicalmente diverse: la Vecchia Guardia che sosteneva il vecchio Venezia ed i colori neroverdi, e gli Ultras Unione che invece avevano accettato l’idea della fusione (si perchè anche quella fusione non fu facile da far digerire in Laguna!), sostenevano l’Unione Veneziamestre ed allo stadio e sul materiale sfoggiavano i colori arancioverdi. E così si assisteva a scene inusuali, con due terzi di curva che gridava “Unione!” ed un terzo che gridava “Venezia!”, con due terzi di curva che faceva una sciarpata arancioverde ed un terzo che la faceva neroverde. Ed ovviamente con botte e schiaffoni che volavano da una parte all’altra… Per il derby a Padova avevano bruciato in poche ore i 1.700 biglietti disponibili (tanto che molti sarebbero partiti comunque senza tagliando) ed avevano riempito due treni speciali. L’attesa era forte tanto da noi quanto da loro…

Nel frattempo eravamo tornati allo stadio, dove la tensione era sempre più alta. C’erano ste voci sempre più insistenti di questo gruppetto veneziano-modenese in auto, ma non ce n’era l’ombra. Parecchia gente era in giro, c’era un bel caos. Per fortuna almeno aveva smesso di piovere. Beccai gli altri miei soci, che erano venuti su allo stadio col solito autobus nel solito orario. E, vista la partita particolare, c’era anche qualche mio amico “occasionale”. Mancavano circa tre quarti d’ora all’inizio della partita, e decidemmo di entrare… Come misi piede in Curva Nord partì anche il primo coro della giornata, “Chi non salta è un veneziano!”, motivetto che andava molto di moda all’epoca (ovvero, si faceva con quasi tutte le tifoserie che arrivavano a Padova). Ma la Sud era ancora vuota, c’erano solo una decina di tifosi appena entrati che rispondevano a gesti. Col passare dei minuti la nord andava sempre più riempendosi, mentre fuori dall’Appiani era arrivato anche il corteo dei veneziani: ce ne accorgemmo perchè iniziarono a picchiare contro i portoni in ferro della Curva Sud dell’Appiani, e noi tutti a gridargli “Oh-issa!”… Ad un certo punto sfondarono il portone, e bisogna dire che fecero un bell’effetto, in quanto invasero la Sud come un fiume in piena, fra i fischi del pubblico! Nel frattempo avevamo anche allestito la coreografia, che era sicuramente originale e diversa dalle solite che si vedevano in quel periodo: guanti bianchi e rossi, a dividere la curva in due, in modo da colorare ogni coro ed ogni battimani. Una coreografia che qualche anno dopo sarebbe stata ripresa dai laziali. I guanti utilizzati poi erano semplici guanti di gomma per lavare i piatti, che vennero distribuiti col solito metodo del “lancio”: una confezione mi arrivò in piena fronte… Ma non era tutto: all’annuncio che “i guanti sarebbero stati tenuti addosso per tutti i novanta minuti” un personaggio dietro di me, faccia abbastanza nota, ebbe qualcosa da ridire… Intervenne energicamente uno dei lanciacori dell’epoca, che raggiunse il tipo e cominciò un’accesa discussione, condita da qualche spintone: la cosa non troppo divertente per me è che mi trovavo in mezzo fra i due, schiacciato tipo sandwich, e senza possibilità di muovermi perchè eravamo già stretti come sardine!

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Gli ospiti quel pomeriggio erano belli carichi, ed in corteo avevano lasciato diversi “ricordini” su molte auto parcheggiate lungo la strada. All’epoca era un brutto vizio che avevano in tanti, noi a Cremona l’anno prima non ci eravamo comportati correttamente. Il fatto è che quest’abitudine di prendersela con le macchine o con l’arredo urbano fu una cosa che li caratterizzò anche in anni successivi, quando per ovvi motivi di “scambio di cortesie”, avrebbero dovuto avere il buon senso di lasciar perdere il vandalismo da poppanti e provare ad imbastire qualcosa di più serio. Peccato, veramente peccato. Potenzialmente potrebbero essere un’ottima tifoseria, ma a conti fatti lo stendardo “Terroni del Nord” li rappresentava perfettamente… Ad ogni modo quel giorno erano belli ed avevano intenzione di piantar grande: ad inizio partita dal pezzo di Distinti loro assegnato iniziarono un fitto lancio di bandierine nei confronti della polizia in campo, proprio nel momento in cui le squadre stavano facendo il loro ingresso. Tutto era nato dal fatto che gli sbirri volevano far scendere un paio di loro che erano arrampicati su per la rete a lanciare i cori. Vista la situazione, l’arbitro Pairetto (quello che si metteva d’accordo con Moggi per mandare arbitri compiacenti alla Juve quando era designatore) ritardò e di molto l’inizio del match. Poi si cominciò a giocare, in un clima da bolgia. Ad un certo punto il protagonista divenne un personaggio di spicco in quegli anni della curva lagunare, un certo Alain, che per una decina di minuti seppe tenere sulle spine gli sbirri come Ivan Bogdanov a Marassi. Lo show terminò nel momento in cui perse l’equilibrio e scivolò in campo, con l’intero stadio piegato dal ridere. Fino a pochi anni fa il personaggio in questione gestiva un chiosco di gelati proprio poco prima di arrivare all’Isola di Sant’Elena. Oggi non so più che fine abbia fatto. So di sicuro che non frequenta più stadi e gradinate…

Quel giorno la partita fu tanto squallida sul campo, quanto spettacolare sugli spalti: sia noi che loro facemmo un gran tifo, ed avremmo meritato qualcosa di meglio di due squadre negli ultimi quattro posti in classifica. Da parte nostra ricordo bene qualche striscione di presa per il culo (Quello che mi piacque di più era “Dal 1405 nessun servo, nessun padrone, una sola farsa: la vostra Unione!” in risposta a quello fatto da loro all’andata “Dal 1405 regnamo su di voi“) ed uno striscione “Brigate Arancioverdi” rubato quattro anni prima in occasione di un Padova-Lazio che aveva visto i lagunari venire all’Appiani insieme ai laziali (particolare curioso questo, visto che non si può certo dire che siano amiche le due tifoserie…) e che dopo essere stato portato dentro a forza venne esposto e bruciato in quest’occasione: era di plastica grossa, e fece una puzza assurda nel momento in cui venne bruciato… Ad inizio ripresa inoltre ci fu la seconda coreografia della giornata: un bandierone con disegnata a bomboletta (niente di speciale rispetto agli affreschi che molte curve avrebbero fatto negli anni successivi, però si capiva) la Basilica di San Marco, che al segnale veniva ricoperta di cartoncini blu al grido “Alta Marea, portali via!”. Per rendere meglio l’idea venne fatta pure la “Ola” con i cartoncini. I veneziani incassarono…

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Come già detto la partita in campo fu squallida: il Venezia era una squadraccia che avrebbe fatto fatica a salvarsi ma rischiò di fare bottino pieno visto che costruì le uniche due azioni pericolose della giornata (un gol mangiato davanti a Bonaiuti ed un palo); il Padova semplicemente non giocò, ormai era evidente che stavano giocando contro Mazzia… A dieci minuti dalla fine il tifo si trasformò in contestazione, la piazza era stanca del nulla espresso e della classifica che domenica dopo domenica si faceva sempre più preoccupante. Uno dei primi ad essere “beccato” fu Galderisi, che al coro “Galderisi va in pension!” si girò facendo una risata di scherno alla Curva. Nell’azione dopo prese palla a centrocampo, saltò uno dopo l’altro cinque giocatori veneziani e venne falciato al limite dell’area. Era stato punto nell’orgoglio, ed aveva avuto una reazione d’orgoglio. Oggi a tanti calciatori potresti anche dar fuoco alla casa che non avrebbero nessuna reazione… Al fischio finale fu invece Nunziata a fare la mossa sbagliata, rivolgendo un applauso ironico alla Nord: nel post-partita, centinaia di persone si trovarono all’ingresso degli spogliatoi per contestare la squadra, e proprio Nunziata venne fermato mentre usciva in auto e si becco anche uno schiaffone!

Altri invece cercarono di “salutare” i veneziani, e le forze dell’ordine ebbero il loro daffare a stanare vari gruppetti di padovani imboscati nelle viette, in tutto il tratto che va dagli Ospedali fino a Piazzale Boschetti. Fra questi io ed il mio socio, che non ci stava in tasca la triste conclusione di una delle giornate più attese dell’anno. Fuori dello stadio, decidemmo di seguire una banda di ragazzi che stava partendo in motorino, e prima di cominciare l’avventura mi misi anche in tasca un paio di sassi, che non si sa mai. Imboscati in una stradina dalle parti di Pontecorvo, riuscimmo a tirargli qualche sasso, prima di ritrovarci la digos alle calcagna e di riuscire a fuggire via imboccando una stradina contromano (Dio benedica il 75 Malossi… e per fortuna non avevano ancora inventato le targhe per i cinquantini!). Dal canto loro, i lagunari imbastirono ancora un pò di show con i poliziotti e tirarono un pò di volte il freno a mano del treno, che ripartì da Padova solo dopo le 20. Fecero i loro bei danni, di sicuro Padova era per loro la trasferta dell’anno… Come ho già avuto modo di dire, a me non dispiacevano quell’anno come tifoseria, ed ho sempre pensato che avessero un gran potenziale, superiore anche al nostro. Il loro problema casomai erano le teste: non sono mai stati uniti e quei pochi momenti che lo sono stati erano pochi quelli che avevano la mentalità di andarsi a cercare un confronto. Potevano sicuramente fare di più e meglio, in senso generale… Un paio di mesi dopo acquistai un numero di Supertifo, come ero solito fare, e c’era una lettera intitolata “L’anno del derby” di parte veneziana: non avevo mai letto un concentrato di cazzate e di assurdità tale, e pensavo fosse il classico tema del sedicenne esaltato alla sua prima trasferta. Quando venni a sapere che era stata scritta dal loro direttivo, ci rimasi male: saremo strani da queste parti, ma non ci salterebbe mai in mente di scrivere una lettera di autocelebrazione a un qualsiasi giornale, oltretutto piena di puttanate e riportando cifre ed episodi gonfiati all’inverosimile! Purtroppo è il difetto di molte tifoserie italiane quello di avere la lingua lunga (molta più lingua che dati di fatto) e loro che erano i “terroni del Nord” non potevano che avere questo difetto elevato all’ennesima potenza. Del resto, mi è capitato anche negli ultimi anni di leggere comunicati di certe “Vecchie Guardie” che farebbero molto meglio a star zitte, quindi…

Proprio oggi, passando, mi sono fermato di fronte a quella vecchia scritta, “RICORDATI: LEGA NORD!”. Sono passati un bel pò di anni, ed oggi la Lega è uno dei partiti di governo. Mi viene da ridere a pensare a come si siano fatti strada gridando “Roma Ladrona!” e poi i fatti di questi giorni stiano dando piena conferma di come i “ladroni” fossero per primi loro. Ma soprattutto riflettevo su come l’unica cosa concreta che sono riusciti a fare è stato di rompere le balle agli ultras: vent’anni fa erano il partito che nelle curve del Nord raccoglieva le maggiori simpatie, ed una volta che sono stati al potere con la maggioranza più schiacciante della storia sono riusciti solo a rompere il cazzo ad una larga fetta del proprio elettorato! Forse ha ragione chi dice che è inutile star tanto a lottare, e che in Italia le cose non cambieranno mai… Oggi, grazie anche a partiti come la Lega Nord, derby spettaccolari come quello del 5 aprile 1992 non saranno mai più possibili!

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