3 aprile 1999: la vergogna di Padova-Varese

1998-99

Se mi chiedete qual’è stato il periodo più nero della storia recente del Padova, vi rispondo senza pensarci troppo che è stato la stagione 1998/99. Ma se mi chiedete qual’è stato il punto più basso in assoluto, debbo ammettere che sono seriamente combattuto fra due partite di quella stagione: lo spareggio perso in casa contro il Lecco, e la partita persa a tavolino sempre in casa contro il Varese. Oggi, non fosse altro per la data concomitante, parleremo di Padova-Varese.

Innanzitutto quella partita era uno scontro diretto per non retrocedere, ma ormai il Padova giocava nell’indifferenza generale. Forse, ma forse, quel giorno c’erano mille persone sugli spalti dell’Euganeo. Una ventina di queste provenivano da Varese. A quel tempo, la tifoseria lombarda era guidata dai Boys, gruppo storico (nato nel 1974) e parecchio turbolento, come del resto erano turbolenti in generale i varesini. Quell’anno erano stati protagonisti di diversi episodi, sia in partite “storiche” contro Livorno, Como, Modena, sia in trasferte apparentemente tranquille come Alzano, episodi che avevano portato in seno alla tifoseria qualcosa come 200 diffide, che alla fine degli anni ’90 erano un numero bello pesante. Erano già presenti i Blood Honour, nati pochi mesi prima, che un anno più tardi avrebbero preso il posto dei Boys. In generale, la matrice politica della tifoseria varesina non era diversa in niente da quella di oggi: di estrema destra erano, di estrema destra sono rimasti! Forse variava giusto l’estetica (i vecchi Boys vestivano più secondo i colori sociali del Varese Calcio, i Blood Honour sono sempre stati un blocco nero).

Di sicuro quella tendenza politica li aveva avvicinati e spinti a cercare un contatto con noi, che in quegli anni eravamo su posizioni molto più radicali. Già nella partita d’andata alcuni di loro ci avevano accolti bene, ma altri ci avevano cantato contro, e la cosa non ci era piaciuta (avremo tanti difetti, ma da noi si cerca di avere da sempre una parola ed un comportamento il più uniforme possibile…). Una settimana prima del match di ritorno, un membro dei Boys Varese si era presentato a Como, in occasione di Como-Padova, ed era entrato nel settore ospiti per parlare con i pochissimi presenti dei nostri: sostanzialmente aveva ribadito la loro stima nei nostri confronti ed aveva chiarito che i pochi di Varese che erano “contro” di noi erano stati messi alla berlina. Da parte nostra si decise comunque (e per conto mio giustamente) di far si che questo rapporto fosse una cosa limitata a quelle persone che condividevano la stessa ideologia e non una cosa “ufficiale”. Ad ogni modo questo clima diciamo così “amichevole” rese ancora più noiosa la già soporifera giornata in programma all’Euganeo.

In quel periodo io ero più occupato a cercare una motivazione per continuare ad andare allo stadio, dal momento che non ne avevo più né per via della squadra, né per via della tifoseria (ho già spiegato che quell’anno la nostra curva era vuota, silenziosa e col solo striscione “Addetti Sottosequestro” esposto, e che in trasferta andavano una media di 20 persone…). Personalmente, mi considero bravo a non aver mollato in quel periodo, nonostante la gran parte dei miei amici e conoscenti avesse qualcosa di meglio da fare e molti mi chiedessero anche chi me lo faceva fare. Quel pomeriggio mi recai alla partita con due miei soci, gli ultimi due rimasti, ed altri due personaggi molto noti in curva, che solitamente non giravano con noi ma che erano comunque divertenti e simpatici.

Era il sabato di Pasqua, qualcuno di noi lavorava la mattina, e ci ritrovammo verso le due in un bar in zona Sacro Cuore-Altichiero che all’epoca bazzicavamo spesso. Inevitabilmente i discorsi scivolarono sulla presenza varesina di quel giorno, e non so perché c’era questa voce anche fra di noi che fra le due tifoserie stesse per nascere un vero e proprio gemellaggio (cosa assolutamente non vera). Il commento di uno dei presenti fu: “A mi me sta in cueo i gemellaggi, li odio! Za malsopporto quei che gavemo, pensa ti farghene de novi! Coi varesotti po’! Ma chi casso zei!?!” ed aggiunse rivolto al suo socio “Se un cò i fa el gemeagio, entremo in campo mi e ti e lo rompemo!”. Guardai le bottiglie ed i bicchieri vuoti presenti sul tavolino del bar, e capii che non dovevo dare peso a queste parole… Finito l’aperitivo pre-partita ci recammo allo stadio: la splendida giornata di sole aveva spinto la maggior parte dei padovani verso il mare o i colli, e Corso Australia era stranamente deserto, a parte pochi coraggiosi che si recavano a vedere una squadra di derelitti. Prima della partita, c’erano un paio di ultras del Varese sotto la nostra biglietteria. Uno in particolare era veramente brutto, non nel senso di “inquietante”, ma proprio dal punto di vista estetico. Lo feci notare ad un ragazzo, il quale mi rispose “…e non hai visto gli altri!”. Pensai che tutto sommato anche noi come bellezza non eravamo il massimo, e mi recai a prendermi l’accredito.

Ai tempi ero riuscito a trovare una dritta per fare le foto alle tifoserie dal campo, per conto di Fan’s Magazine, e quindi avevo anche la mia motivazione per andare allo stadio. C’era anche molto poco da fotografare, ma gli scatti ed i negativi dei gruppi che venivano a Padova erano cmq richiesti. Poi andare in campo a far le foto non era male: ti vedevi la partita da vicino, sentivi le parole dei protagonisti, e ti osservavi molto bene le due tifoserie. Quel giorno i venti varesini avevano uno striscione eloquente verso la propria squadra in piena crisi di risultati: “Sono anni che lottiamo per voi, è ora che voi facciate qualcosa per noi: non vogliamo la C2!”. Uguale identico, tranne per l’ultima frase, ad uno fatto dai Granata un paio d’anni prima quando il Toro stava retrocedendo in serie B (Il finale era “Non vogliamo la B!”). Ricordo che uno di loro accese e lanciò verso di me (si vide proprio che mi mirò) un paio di torce, di cui una mi cadde a meno di mezzo metro e  col rimbalzo per poco non mi obbligò a comprare una giacca nuova. Gli mostrai il medio, questo mi gridò “Sbirro di merda!”, non aveva proprio capito chi ero. Riuscivano, nel loro squallore di quel giorno, ad essere quasi migliori di noi, che eravamo semplicemente il nulla circondato di niente… Fecero giusto un paio di cori nel silenzio dell’Euganeo, poi l’unica voce che rimase a ricordarci che quel giorno era in corso una partita di calcio fu quella di uno di loro che andò avanti cinque minuti da solo a gridare “Dai ragazzi, porcodio, eh! eh!”.

Sul campo almeno le cose sembravano mettersi bene: i biancoscudati andarono in vantaggio grazie ad un gol di Simone Barone, e l’esultanza di almeno tre o quattro giocatori e l’abbraccio che gli diedero proprio sotto i miei occhi mi fecero capire che qualcuno che ci credeva c’era… Il Varese era un’autentica squadraccia, tanto che i biancoscudati nella ripresa raddoppiarono, e la cosa scatenò la protesta della ventina di varesini, che iniziarono cori contro la squadra e lanciarono in campo un altro paio di torce.

Finita la partita ero contento, almeno avremmo trascorso una Pasqua più serena. Era però successo qualcosa che ai più era sfuggito, compreso qualcuno a cui non sarebbe dovuto sfuggire: quell’anno infatti vigeva una regola per la serie C, che diceva che in campo doveva esserci sempre un giocatore Under 21 (cioè nato dal 1978 in poi). In caso di sostituzione, e nell’ipotesi che l’under sostituito fosse l’unico under in campo, doveva tassativamente essere sostituito da un pari età. Pena la sconfitta a tavolino! Bene, l’allenatore del Padova in quel periodo era tale Adriano Fedele (uno con seri problemi di alcool, e non lo dico per offenderlo ma perché era evidente che beveva come una spugna!), che nel finale di partita sostituì proprio Simone Barone, l’unico ’78 in campo, sostituendolo però con un giocatore più vecchio. A questo punto, essendo venuta meno la regola di avere sempre un Under 21 in campo, il Padova si ritrovò col risultato capovolto in 0-3 a tavolino!

Una situazione assurda e ridicola, per una società che già si era coperta abbondantemente di ridicolo. Per capire l’entità di quel disastro, basta pensare che a fine campionato il Padova chiuse al quintultimo posto a pari punti col Livorno e col Varese, e che guarda caso proprio a causa della classifica avulsa (Padova e Varese avevano pareggiato 1-1 all’andata, mentre al ritorno la vittoria a tavolino era stata assegnata ai lombardi) ai playout ci finì il Padova (poi persi contro il Lecco, che aveva chiuso la “regular season” con ben 15 punti in meno dei biancoscudati!). Una situazione che da il senso di quanto si fosse toccato il fondo in quel periodo…

Quasi nessuno di noi si accorse subito della cosa: a fine partita infatti i miei “compagni di ventura” mi dissero che di li a breve una rappresentanza delle due tifoserie si sarebbe spostata presso gli impianti da rugby di Rubano (il cui bar all’epoca era in gestione ad uno dei nostri) a bere qualcosina. Non mi era chiaro il senso di quel qualcosina. Quello che so è che i varesini non mi sono mai piaciuti, ma i miei soci volevano andare ed allora mi adeguai. Quel giorno ebbi modo di scambiare due chiacchiere con alcuni ragazzi di Varese, ed a parte un paio veramente in gamba questo confermò l’idea che mi ero fatto di loro… In generale, il ritrovo era molto “politico”, qualcosa in cui non mi identificavo, ed in attesa degli altri miei soci mi spostai all’esterno del bar a fumare. Venni raggiunto da un mio socio che mi diede la notizia della sconfitta a tavolino, ma inizialmente pensai ad uno scherzo (eravamo pur sempre all’inizio di Aprile). “Non sto scherzando, ti spiego cos’è successo…”, ma mentre si accingeva a parlare dall’interno del bar partì come un boato il coro “Me ne frego è il nostro motto, me ne frego di morire, me ne frego di Togliatti e del Sol dell’Avvenire!”. Riconobbi una voce che spiccava fra tutte, mi affacciai e vidi uno della nostra macchinata, proprio quello che era “contrario ai gemellaggi”, col braccio teso che cantava e con il boccale di birra nell’altra mano, seguito da altri 4-5 ultras del Varese a ruota. Mi tornò in mente la sua frase di qualche ora prima (“Se un cò i fa el gemeagio, entremo in campo mi e ti e lo rompemo!”). Lo feci notare al mio socio e ci piegammo dalle risate, dimenticandoci completamente di ciò che stavamo parlando. Ci ritrovammo addirittura assieme ad un paio di skinhead varesini a raccontarcela con l’altro presente, il quale era di segno politico completamente opposto, e che si mise ad alternare resoconti della sua attività lavorativa (la vendita al dettaglio di carciofi in Piazza delle Erbe) a ricordi dei primi anni ’70 quando Varese era una città rossa, ed i Boys avevano come simbolo la stella a cinque punte (versione confermata dai varesini); per concludere poi con una sua personalissima visione della crisi balcanica che in quei giorni teneva banco e di come l’avrebbe risolta lui (“Mi a quei quattro singani marsi i bombardaria e dopo ghe passaria in sima col Napalm…”).

Più tardi chiesi spiegazioni a mister “Rompemo el gemeagio!”, e questo mi rispose “Ea poitica no centra gnente col stadio, ma li no ierimo miga in stadio! Mi posso anca andarghe a bere insieme co un varesotto che la pensa come mi, ma dopo in stadio se machemo, diocan!”. L’altro, il diplomatico, aggiunse: “…e come chea sia, rossi o neri, l’alcool ne mete sempre tutti d’accordo!”. Un discorso che non faceva una grinza… Di quel giorno ricordo che in pieno delirio alcolico, dopo aver accompagnato a casa il diplomatico chiamato a risolvere il conflitto nei Balcani, finimmo alla Birreria Kofler in circonvallazione, che in quegli anni aveva appena aperto. Ci presentammo assolutamente eleganti e ben vestiti: io, scarpe da calcetto Puma color nero, jeans, felpa nera Lonsdale con cappuccio tirato in testa, Harrington Lonsdale color blu navy; il mio socio, bomber verde con scudetto tricolore sormontato da spilla a forma di croce celtica, anfibi, capelli tagliati sul modello dei Marines; Mister “rompemo el gemeagio!”, tuta da ginnastica Reebock con giacca aperta, e sotto a petto nudo. Diciamo che in quegli anni lo “stile casual” non aveva ancora fatto breccia nelle curve… L’indiano che lavorava come capo sala cercò inutilmente di farci accomodare nella parte di sotto (la birreria era ancora vuota, e loro tendenzialmente andavano sempre a riempimento partendo da sotto) ricevendo in cambio una serie di improperi da Mister “rompemo el gemeagio!” in cui minacciò di rivolgersi direttamente al suo titolare (che lui conosceva, e che non so come quella sera finii per conoscere anch’io…), al che l’indiano concluse con “Va bene signore! Lei ha ragione, si metta pure dove vuole…”, al che io scoppiai a ridere: “Signore!?! Ma sito drio schersare? Ma gheto visto come che semo ciapai?”. Scoppiò a ridere anche l’indiano, alla fine era pure simpatico, ed in fin dei conti stava lavorando e non aveva troppa voglia di romperci il cazzo…

Fu proprio al Kofler che ritornammo sull’argomento, e quando Mister “rompemo el gemeagio!” disse “Tasi che almanco un cò ghemo vinto…”, si sentì spiegare dal mio socio che in realtà saremmo stati sconfitti a tavolino, la regola dell’Under e tutte le menate varie… Li per li non ci capii un cazzo, so solo che ebbi un enorme giramento di coglioni, poi qualche altra birra ed un paio di tiri di canna prima di andare a dormire mi rimisero a posto con il mondo. Il giorno dopo lessi dai giornali locali l’intera questione, ed il giramento di coglioni mi tornò. Il martedì, Ruggero Ranzato dell’AICB aveva organizzato da tempo un incontro fra tifosi, squadra e dirigenza al Palasport dell’Arcella, con lo scopo di fare quadrato per ottenere la salvezza: quando arrivai mi trovai di fronte un Palasport blindato, con tanto di carabinieri che mi perquisirono e mi sequestrarono l’accendino (!!!) prima di entrare. Squadra e dirigenza non c’erano, da bravi vigliacchi quali erano, in compenso erano presenti una cinquantina di ragazzi della curva incazzati con il mondo, che in quella serata lanciarono accuse ben precise ad alcuni personaggi dell’AICB di “servilismo” nei confronti della società. Infatti spesso e volentieri una parte dell’AICB accusava gli ultras di “disfattismo” e sosteneva che Viganò “era stato solo sfortunato, ma era anche l’unico che aveva tirato fuori i soldi!”. Una posizione che era spiegabile con il fatto che a quel tempo proprio l’AICB gestisse di comune accordo con la società i bar presenti all’interno dello stadio Euganeo, e che avrebbe finito col creare una frattura all’interno dello stesso Centro di Coordinamento dal momento che poi gli stessi membri che avevano interessi in ballo finirono per distaccarsi e formare l’UCB (Union Club Biancoscudati). Ad ogni modo quella sera ce n’erano anche per l’AICB: ricordo bene le accuse che uno dei più noti personaggi della curva lanciò a un membro di spicco dell’AICB e, quando quest’ultimo tentò di replicare, estrasse mille lire dal portafoglio lanciandogliele e gridandogli: “Ma tasi che te si imbriago! Ciapa qua, va bevarte n’ombra!”. Quella serata “per fare quadrato” alla fine non si svolse mai, ma rimase il velenoso scambio di accuse in seno alla tifoseria. In compenso noi ultras presenti facemmo poi irruzione negli studi di Borile in maniera pacifica (ma non troppo) per ribadire tramite un altro noto personaggio che “La situazione ormai aveva superato il limite, d’ora in avanti chi è con Viganò è automaticamente un nostro nemico, l’episodio di sabato è stato LA SCINTILLA CHE HA FATTO TRABOCCARE IL VASO!”. Di fronte a quest’ultima frase io ed il mio socio (presente anche lui) ci guardammo per dire “Ma che cazzo ha detto!?!”. Più tardi chiesi alla persona in questione se si era accorto della frase e lui, col suo consueto pragmatismo, mi rispose: “Non ti preoccupare, l’importante è che si sia capito il messaggio! Prima il contenuto, poi la forma!”. Altro discorso che non faceva una grinza…

Questo resoconto agli occhi di molti potrebbe essere visto come un “ciamare desgrasia”, ma io non sono superstizioso. Altri ancora potrebbero vederlo come un triste presagio verso “ciò che ci aspetta nel futuro”, ma non è nemmeno questo. Vuole essere invece un monito, verso tutta la tifoseria: monito per non abbassare mai la guardia e non abbandonare mai il Padova, onde evitare di raschiare il fondo del barile come già successo a suo tempo! Chiamatela testimonianza, se vi pare…

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