14 marzo 1993: Bologna away

Bologna Padova 9293C’è stato un periodo in cui anche qui a Padova, l’intera città e provincia sognavano al seguito della propria squadra. Questo periodo è coinciso con i primi anni ’90, o meglio con gli anni che vanno dal 1991 al 1994, unanimemente considerati i migliori sia a livello di squadra, che per la tifoseria biancoscudata. Oggi è difficile capire, ma in quegli anni il Padova era diventato una sorta di “febbre” collettiva che finì col contagiare gran parte della mia generazione. Non proprio una moda, ma qualcosa di più: c’era una vasta fascia di giovani delle varie compagnie della città, della cintura urbana e della provincia (forse più città e cintura urbana che provincia, in quegli anni…) che si identificavano e ci credevano. Nei colori biancoscudati, nella vita da stadio, ed in tutto ciò che comportava. Non erano pochi i miei coetanei che cominciavano ad “agghindarsi” da ultras nei propri ritrovi infrasettimanali in comitiva, e bastava andare in centro il sabato pomeriggio per vedere un autentico mare di sciarpe biancorosse, bomber militari ed Doctor Martens. Come non erano pochi quelli che al termine delle partite all’Appiani iniziavano a buttarsi in mezzo ai casini (e qualcuno iniziava anche a pagare dazio alla questura!), e non erano pochi quelli che cominciavano a farsi anche diverse trasferte (anche se in quelle più lontane rimaneva il solito zoccolo duro a muoversi)… Per molti ragazzi era sicuramente una moda, ma molti altri ci credevano eccome, e non è un caso se a tutt’oggi esiste una vastissima fetta di tifosi biancoscudati di età compresa fra i 35 ed i 40 anni, di cui parecchi attivi anche in Fattori.

Quest’idillio si spezzò poi con la promozione in serie A nel 1994, quando una concomitanza di eventi (la repressione post Padova-Vicenza, il trasferimento dall’Appiani all’Euganeo, ed aggiungerei anche i prezzi esorbitanti che raggiunsero i biglietti nel primo anno di A finendo col tenere lontani molti ragazzi che ancora non lavoravano, e molte scelte di curva che non piacquero proprio a tutti…) fece svoltare questa “febbre” verso l’aspetto più modaiolo: allora cominciarono a vedersi tanti “posers” (Termine che ultimamente si utilizza molto da queste parti, e che è quanto mai azzeccato per dipingere molti personaggi passati in quel periodo…) per cui seguire il Padova “faceva figo” dal momento che si trovava in serie A; cominciò a vedersi tanta gente che non centrava un cazzo, e che anzi negli anni precedenti quasi ti prendeva per il culo per il tempo che dedicavi al Padova, che si metteva in fila in banca nell’estate 1994 per farsi l’abbonamento… Moda che durò appunto un paio d’anni, per poi sparire definitivamente quando finimmo in serie B nel 1996…

Ad ogni modo oggi voglio parlare di quel periodo “magico”, di una trasferta proprio di quegli anni, una delle mie prime trasferte (non delle primissime, visto che era già un paio d’anni che ci andavo): quella di Bologna nella stagione 1992/93. Era una trasferta particolare quella di Bologna, perché proprio quell’anno venne scritta la parola “fine” al gemellaggio decennale che univa le due tifoserie. Il cambio generazionale a Padova aveva portato alla ribalta già da un po’ di tempo i ragazzi di Piazza Cavour, più vicini alla destra politicamente parlando, e che per questo motivo non amavano troppo i bolognesi. Anche da parte rossoblù non vedevano di buon occhio la “nuova generazione” di ultras biancoscudati, e pure quei gruppi come i Mods Bologna (che a livello ideologico avrebbero potuto essere più vicini ai nostri) ostentavano una certa freddezza se non addirittura antipatia nei nostri confronti. Già nella stagione 1991/92, nonostante la pacifica invasione bolognese (erano circa 5.000), il giro di campo con le bandiere ed i reciproci cori a favore e contro fiorentini, veronesi e vicentini, si percepiva un’aria “strana”. In Curva Nord notai più di qualcuno che storceva il naso, ed anche un paio di personaggi che non erano proprio gli ultimi arrivati che si lasciarono andare a gesti non proprio amichevoli verso la muraglia umana rossoblù. Ma ancora non si parlava di rottura. Anzi, nell’estate di quello stesso anno in occasione di un’amichevole disputata al Dall’Ara fra le due squadre i padovani vennero ospitati nella curva di casa. Ed in quest’occasione sorsero i primi problemi con gli ultras felsinei (Non so se con i Forever Ultras o i Mods o entrambi, ma tant’è…): pare (sono voci riportate, dal momento che in quell’amichevole del 1992 non c’ero) che non avessero gradito che i padovani avessero esposto i propri striscioni nella loro curva, dal momento che il gemellaggio per loro era più un’amicizia personale che riguardava alcuni gruppi e non più tutta la loro tifoseria. Volò forse qualche parola di troppo, che i nostri non gradirono affatto, e probabilmente più di qualcuno colse l’occasione “al volo”. Ai tempi si diceva anche (ma è una voce di cui non ho mai trovato conferma) che in quel periodo i bolognesi si fossero avvicinati un po’ troppo ai lucchesi, in quegli anni nostri acerrimi nemici. Fatto sta che in occasione della partita all’Appiani nell’ottobre 1992, in Curva Nord venne comunicata (a voce ed ai presenti, niente comunicati come in uso oggi) la fine del gemellaggio con Bologna, e venne chiesto a tutti di mantenere un rapporto freddo e distaccato con loro. Niente giri di campo, niente cori reciproci: indifferenza! Ed indifferenza fu da entrambe le parti, almeno fino a quando l’andamento della gara e l’arbitraggio di Rosica di Roma ci misero del loro, infiammando il pubblico dell’Appiani. I bolognesi presenti (che quel giorno non superavano le 300 unità, quasi tutte posizionate nel pezzo di gradinata assegnato agli ospiti anziché nella curva sud dietro la porta…) si lasciarono andare a qualche sfottò, ed a fine partita non mancavano quelli che volevano andare a “salutarli”, ma venne fatto notare che i gemellaggi “si rompono in trasferta”. E così il post-partita scivolò via tranquillo. Circa un’ora dopo il triplice fischio me ne stavo andando a prendere l’autobus assieme ad un mio socio: lui doveva andare a trovare la zia a Pontevigodarzere (ovvero dall’altra parte della città rispetto a dove abitavamo) ed io lo accompagnavo. Da lontano vedemmo passare un autobus arancione di quelli adibiti al trasporto dei tifosi ospiti, che riportava la cinquantina scarsa di bolognesi giunti in treno (gli altri erano con mezzi propri) alla stazione. Il mio socio ebbe una di quelle idee geniali che possono venire solo a due sedicenni malati di mente: “Che ne dici se quando passano i bolognesi gli mostriamo la sciarpa, così vediamo come reagiscono e se è vero che il gemellaggio è proprio finito?”. E come cazzo dovevano reagire secondo lui!?! Comunque acconsentii, in fin dei conti avevo pur sempre una certa propensione a mettermi nei casini. Ed i bolognesi reagirono come era normale: dita medie mostrate dai finestrini del pullman, tre o quattro che ci sputarono addosso, un accendino che finì sui nostri piedi. Ed un paio di carabinieri in servizio che si indispettirono e ci identificarono (Patetica anche la scusa raccontata dal mio socio: “Gli ho mostrato la sciarpa perché pensavo fossimo ancora gemellati…”. Risposta del carabiniere: “Scusa, ma ci sei andato allo stadio oggi?”). Insomma i dubbi del mio socio vennero definitivamente fugati, ed ora si aspettava la partita di ritorno, che per me rappresentava una delle poche trasferte “papabili”…

Partita di ritorno che fra l’altro capitava a metà marzo, che è un mese particolare, in cui si decidono le sorti di molte squadre di serie B: il Bologna era invischiato nei bassifondi della classifica, tanto che quell’anno retrocesse in C, mentre il Padova era li che doveva decidere di che pasta era fatto. Sette giorni prima superammo il Lecce in casa, al termine di una partita assurda e rocambolesca, che all’85 perdevamo uno a zero e che andammo a vincere per due a uno nei minuti finali, scatenando le ire di Bruno Bolchi (allenatore leccese) e le polemiche con Sandreani (allenatore del Padova) che ebbero poi anche strascichi a livello di giustizia sportiva, marchiando definitivamente Bolchi agli occhi del pubblico biancoscudato (se ne sarebbe accorto un anno più tardi quando sarebbe finito ad allenare il Cesena)… Ma fu una partita che infiammò l’intero popolo biancoscudato, consentendo una vera e propria mobilitazione di massa per Bologna. Al sabato il Mattino parlava di almeno 3.000 tifosi biancoscudati al seguito, secondo me ad occhio e croce eravamo qualcosina di meno (non molti di meno comunque).

Come già detto, a 16 anni era un problema seguire il Padova fuori casa a meno che non fosse a Venezia o a Vicenza, insomma in città relativamente vicine. Già Verona era un casino, non per la distanza, bensì per la fama dei gialloblù che metteva “all’erta” i miei genitori (che di calcio sanno nulla, ma il telegiornale lo ascoltano tutt’oggi molto attentamente). Inoltre anche loro conoscevano la mia propensione a mettermi nei casini, e c’era un precedente di due anni prima a Cremona, nella mia prima trasferta, che mi vide tornare a notte fonda, ed una promessa di mia madre (“Finchè vivi in questa casa non farai mai più trasferte!”) che col tempo si ammorbidì in “Finchè sei minorenne di trasferte lontane non ne fai!”… Ciò che non era molto chiaro, era quel concetto di “lontano”, dal momento che per due veneti doc come i miei genitori, i confini regionali rappresentavano i confini della terra! Insomma bisognava studiare un piano…

In quel periodo, come tutti i ragazzi di 16 anni, avevo la mia compagnia con cui ci ritrovavamo al pomeriggio durante la settimana, e poi al sabato sera sulle gradinate di un campo da basket all’aperto nel mio comune di residenza. Eravamo un misto di ragazzi e ragazze, piuttosto omogenei come età, ma non tutti venivano allo stadio. Che andavano con una certa costanza in casa eravamo in sei-sette, altri quattro-cinque si aggregavano nei derby o nei match più importanti. Fuori casa, quando ci riuscivamo, andavamo in tre-quattro e ci univamo con altri ragazzi di Noventa (compagni di scuola di un mio socio fidatissimo) che in quel periodo venivano assiduamente, e che dopo quel periodo sparirono per la quasi totalità. Poi c’erano quelli che preferivano andare in discoteca la domenica pomeriggio (“Ma cosa vai a fare allo stadio? Non ci sono mica fighe…”. Se ne erano convinti…), e c’era anche qualcuno che cominciava a manifestare una certa propensione alle droghe. Quella settimana feci un po’ di “opera di persuasione” fra i miei soci, tanto che riuscii a convincere uno di quelli più assidui ed un’altro che non aveva mai messo piede in uno stadio prima di allora, che quella domenica accettò di partecipare perché fondamentalmente non aveva un cazzo da fare, e che dopo Bologna divenne uno dei più assidui frequentatori fra i miei amici. In realtà provai a convincerlo perché “ci serviva” per il nostro piano: io e l’altro infatti, non potendo raccontare ai nostri genitori che andavamo in trasferta, ci inventammo la favola che eravamo invitati a pranzo da questo per poi studiare qualcosina nel pomeriggio… l’idea era ben studiata, dal momento che questo la domenica era spesso a casa da solo, e quindi non avremmo corso il rischio che i nostri potessero scoprire magari tramite i suoi familiari che quella domenica non eravamo mai passati da lui…

“Ma… dopo pranzo dove andate scusa? Non ci credo che studiate tutto il pomeriggio!” fu l’obiezione di mia madre, che aveva un certo istinto. “Certo che no mamma! Verso le quattro e mezza andremo all’Open!”. L’Open era una discoteca di Brusegana, all’epoca molto in voga fra gli adolescenti padovani, che aveva sede nello stesso locale in cui per molti anni dopo c’è stato il “Furore”, locale di lap-dance. Mia mamma non impazziva all’idea che andassi in discoteca, però è pur vero che non poteva chiudermi in casa sotto una campana di vetro come Michael Jackson, ed è pur vero che, se storceva il naso di fronte alla discoteca, avrebbe opposto un no deciso e risoluto ad una trasferta a Bologna… Le balle bisogna saperle anche raccontare, a volte!

Il sabato sera ci ritrovammo in compagnia per mettere a punto gli ultimi dettagli. Per un attimo ebbi paura che il nostro piano potesse saltare, dal momento che il terzo elemento era molto titubante e cominciò a fare mille domande ed a dire che non se la sentiva, e che qualcuno dei nostri amici non interessati appena sentì le nostre intenzioni cominciò a chiederci seriamente se eravamo fuori di testa. Ad un certo punto prendemmo questo ragazzo in disparte e gli dicemmo chiaramente: “Senti, non puoi abbandonarci così, abbiamo già preso anche il biglietto della partita…”. Non era vero, all’epoca si poteva andare in trasferta senza biglietto e comprarlo sul posto, ma la cosa ebbe il suo effetto nel convincere il ragazzo…

Domenica mattina me ne uscii di casa con lo zaino dei libri, il mio bomber color ghiaccio, la sciarpa del Padova e gli anfibi Dr.Martens di ordinanza. Non c’era niente di strano, mi vestivo sempre così, anche per andare a scuola. Ci recammo dal nostro socio, lasciammo da lui gli zaini, e prendemmo i motorini per andarcene in stazione. Io avevo distrutto il mio “Si” in un incidente qualche mese prima, e così mi feci dare un passaggio. Rigorosamente in due senza casco, da sequestro del mezzo, però la domenica mattina non si trovavano molte pattuglie in giro (al contrario per esempio del sabato pomeriggio) e così giungemmo in stazione abbastanza agevolmente. Il ritrovo era fissato per le 11, alle 11 meno dieci la Stazione FF.SS di Padova era un brulicare di ragazzi pronti ad affrontare la trasferta. Saremo stati almeno un migliaio in treno. Parecchi cori per il Padova, e parecchi anche contro Bologna, cosa che diede l’idea precisa che la fine dell’amicizia con i rossoblù fosse stata accettata dall’intera tifoseria. Con noi i nostri “compagni di trasferte” di Noventa, che avevano portato pure qualche panino e qualche birra da dividere. Fuori una splendida giornata primaverile. C’era molta fiducia nell’ambiente per come sarebbe andata la partita…

Il viaggio trascorse tutto sommato in un bel clima: ciò che mi piaceva delle trasferte in treno, soprattutto in quei miei primi anni di stadio, era la possibilità di crearsi nuovi giri di amicizie. Per esempio, il pullman era un mezzo molto più “intimo e riservato” in questo senso. E spesso nei viaggi in corriera succedeva che i più giovani diventavano le “vittime sacrificali” dei più vecchi, in una forma di “nonnismo” che accettavo come tutti quelli della mia generazione perché con questi metodi eravamo cresciuti ben prima che allo stadio, ma che comunque non mi piaceva e non ho mai apprezzato, né allora né in seguito… In treno, diciamo che poteva capitare, ma in linea di massima era molto più tranquilla la situazione. Ed in generale c’era tutto un altro clima, da autentica “baraonda”: fondamentalmente ci sentivamo come un’esercito che andava alla conquista di città nemiche! Quel giorno facemmo amicizia con un ragazzo di Este o giù di li, che si fermò a scroccarsi una birra e poi ebbe la bella idea di fare su un porro…

Giunti a destinazione, notai che la scorta di polizia era abbastanza leggera e molto poco pressante, forse perché c’era ancora questo pensiero che si trattava di una partita fra tifoserie gemellate. Nel piazzale della stazione c’erano anche alcuni fra coloro che all’epoca erano considerati i “capi” della Curva Nord, che parlottavano con altri volti noti… Non capii cosa dicevano, notai però che quando salimmo sui pullman per andare allo stadio una cinquantina di elementi si staccò senza che nessun poliziotto dicesse nulla e si avviò a piedi. Non fui l’unico a notarlo, e captai dai discorsi che c’era l’idea di andare sotto la curva bolognese per chiarire definitivamente la rottura del rapporto. Più tardi, mentre ero impegnato a prendere il biglietto (vi risparmio i piagnistei del nostro socio quando capì che gli avevamo raccontato una cazzata solo per farlo venire via, so solo che per poco non gli mettemmo le mani addosso…), avrei visto il gruppo tornare sotto il nostro settore, con qualche ragazzo che in faccia portava i segni della “visita” sotto la A. Costa. Ci fu anche un’alterco piuttosto duro con un elemento della vecchia guardia, che non era d’accordo con la rottura del gemellaggio e non le mandò a dire. Ma pensai (e penso tutt’ora) che non fossero cazzi miei, e me ne andai dentro…

Nonostante la classifica pessima, la curva di casa si presentava bella piena, e dava l’impressione di una certa compattezza, mentre i Distinti e la Tribuna erano praticamente mezzi vuoti. Nella curva di fianco alla nostra, un gruppetto di una ventina di persone con uno striscioncino che mi pareva fosse (ma i miei ricordi sono abbastanza annebbiati) “Brigata”. Non sapevo di questo gruppo, non sapevo da dove venissero fuori, non ho mai più saputo nulla in futuro, ne li ho mai visti in nessun altra occasione. Questi ogni tanto ci stuzzicavano, ma per gran parte del tempo guardavano la partita in silenzio. Ci venne “imposto” (ai tempi le cose si dicevano una volta sola) di non cagarli subito dopo i primi sfottò, e così ci concentrammo più verso i nostri dirimpettai, gli ultras di casa… Il nostro settore, lo spicchio ospiti del Dall’Ara, era bello pieno, ed anche come tifo il livello era alto. Nel primo tempo a livello canoro ce la giocavamo con la Curva Andrea Costa, che quando decideva di cantare seriamente dimostrava di essere pur sempre una delle grandi tifoserie italiane. Nella ripresa, in base all’andamento della partita sul campo, anche il loro tifo cominciò a calare, mentre il nostro divenne più continuo. Eravamo veramente belli, come poche altre volte lo siamo stati… Ricordo, per fare un parallelo con i nostri tempi, che qualche anno fa a Torino, nella trasferta che valse l’accesso ai playoff, ad un certo punto mi girai e guardai il nostro settore: ebbi un “flash” che mi ricordò quella trasferta a Bologna, di quasi vent’anni prima!

Sul campo la squadra si dimostrò all’altezza, con una prestazione maiuscola ed un gioco spumeggiate. Quel Bologna, nonostante la classifica, disponeva di individualità come Turkyilmaz o Detari, che tuttavia combinarono ben poco. Damiano Longhi trovò il gol con un pallonetto da fuori aria che fece esplodere lo spicchio ospiti, e la squadra dimostrò poi di saper gestire anche la reazione dei rossoblù. A pochi minuti dalla fine l’arbitro assegnò un rigore ai padroni di casa, per un contatto molto dubbio in area. Già nella partita d’andata i felsinei erano stati salvati dall’arbitraggio e da un rigore molto dubbio, ma ora sarebbe stata una vera beffa. E la conferma che, come sentii sostenere a qualcuno vicino a me in quel momento “in serie A non ci vogliono”… Va sul dischetto Evangelisti, breve rincorsa e tiro non troppo angolato, Bonaiuti intuisce e respinge. Esplodiamo per la seconda volta. La vittoria è salva.

Vincere a Bologna, significava che quel Padova c’era. Che era pronto e che si sarebbe giocato la promozione fino all’ultimo. Marzo aveva emesso il suo verdetto, ed ora tutta la squadra faceva festa con i quasi 3.000 tifosi padovani sotto lo spicchio del settore ospiti. Mi girai a guardarmi intorno, e vidi il mio socio “novizio” che esultava come un forsennato. Lui, che in genere era una persona tranquilla rispetto al resto dei miei amici. Come ho detto, divenne da quel momento uno dei miei soci di stadio più assidui di quegli anni. Avevo sicuramente piacere di avergli fatto scoprire una passione, come ho sempre avuto piacere ogni volta che questa passione l’ho fatta scoprire a qualcuno a me vicino (anche se poi le persone col tempo cambiano e spesso ti deludono…).

Il ritorno a casa fu tranquillo, tutto filò liscio come l’olio. “Mamma, mi fermo a casa di *** a mangiare una pizza, oggi abbiamo studiato e poi siamo stati all’Open…”, “Hai sentito che il Padova ha vinto?”. Non so come, ma le mamme hanno il sesto senso su queste cose. Comunque non scoprì mai il mio piano di quella domenica, per fortuna, altrimenti sarebbe diventato tutto molto più difficile…

Quella notte andai a dormire con nella mente ancora le urla ed i cori del nostro settore ospiti al Dall’Ara. Sette giorni dopo, in occasione dello 0-0 casalingo contro il Piacenza, parte del pubblico sottolineò la prestazione con i fischi, e l’intera stampa si scatenò contro “il freddo pubblico padovano”. Cominciò da quella partita un lungo periodo in cui i media locali non perdevano l’occasione di sottolineare quanto fosse freddo il pubblico dell’Appiani, ed a paragonarlo con le vicine Verona e Vicenza. Col tempo, qualcuno cominciò anche a chiedersi se il pubblico padovano “fosse pronto per la serie A”. Fa ridere ripensarci adesso, ma per molto tempo l’argomento preferito di molti giornalisti locali era la presunta freddezza del pubblico dell’Appiani. Fa ancora più ridere ripensare al fatto che a nessun padovano è mai fregato nulla di assomigliare in qualsiasi maniera ad un vicentino, e sono convinto che tanti si terrebbero volentieri la loro freddezza piuttosto che averci qualsiasi cosa da spartire; quindi ogni paragone con loro che si poteva sentire, fatto in maniera più o meno velata, erano parole dette al vento.  Comunque a nessuno di coloro che scrivevano, venivano in mente i 3.000 di Bologna, ma nemmeno i 6.000 di Cremona e Lucca qualche anno prima. Ma soprattutto faceva ridere il fatto che gli stessi giornalisti locali quel lunedì esaltavano il settore ospiti del Dall’Ara, per cambiare rapidamente target appena sette giorni più tardi.

Con gli anni, ripensando alle parole di tanti, sono giunto alla conclusione che la “freddezza” del pubblico padovano fosse solo un buon alibi, costruito ad arte, forse anche per nascondere i “veri” motivi per i quali il Padova non poteva andare in serie A. E per giustificare con questa abile mossa tutto ciò che in futuro (nuovi investimenti in primis) sarebbe venuto a mancare…

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